07 febbraio 2010

SCATTI

In giro per Torino quando le auto sono ferme

La famiglia cinese sul risciò a pedali lungo i viali del Valentino.
La ragazza muscolosa che corre già in canottiera anche se il sole caldo di febbraio vuole la sciarpa.
La coppia che nasconde il bacio dietro lo zucchero filato.
Il padre che mostra orgoglioso i suoi gemelli e Carlo Alberto è solo uno dei due.
La puzza dello sterco dei cavalli presso il maneggio della Polizia.
Le prime ragazze sdraiate sull'erba davanti all'Imbarchino, in attesa del Primo Maggio.
La ragazza musulmana con il suo vivace hijab verde acido.
Padre e figlio che fanno insieme i compiti stando seduti sulla panchina di pietra davanti al Po.
Le due ragazze che studiano al Fluido mentre due loro coetanei sorseggiano vino rosso al tavolino accanto.
Le due ragazze che ai Murazzi mi chiedono d'essere fotografate davanti al fiume.
La mamma che guarda i primi passi del suo piccolo e gli parla un po' in italiano e un po' in rumeno.
Il ragazzo che porta a spasso il suo mini-cane.
Il cucciolo di mini-uomo inseguito dal suo papà.
I vigili urbani fermi con la paletta dietro i birilli arancioni.
La mamma che fa le corna sulla testa del papà mentre il bambino li fotografa e forse quelle corna non sono nemmeno le prime.
Il ragazzo pigro che lascia scivolare lentamente il suo skateboard, confidando nell'inclinazione di Piazza Vittorio.
Quando meno me lo aspetto, colgo lo sguardo incuriosito di una ragazza che cammina con un'amica. Appena nota che la sto osservando anch'io, gira la testa. Di scatto.

06 febbraio 2010

AD OCCHI CHIUSI

Un venerdì sera

“Hey! Manca il quarto!!”, urlo.
“Vieni!!”.
Non me lo faccio ripetere due volte. Mentre siamo fermi al semaforo, mi butto fuori dalla macchina e corro verso di loro.
Occhio e croce saranno tutti ventenni o poco più. Tre ragazzi e quattro loro amiche, tutte con la macchina fotografica o il cellulare, pronte a immortalare la scena. Quel tratto di strada è deserto e i ragazzi scimmiottano i Beatles sulle strisce pedonali.
“Ma dai, non potete fare Abbey Road in tre, e che diamine. Forza!”.
“Sei un grande! Come ti chiami?”.
Non lo so come saranno venute quelle fotografie. Ma vuoi mettere lo sfondo di Palazzo Reale in piena notte?
“Ti sei fatto dare la foto?”, chiede Paoletta. “No, son venuto via così, mi basta ricordare”.
Appena le tre di notte e siamo già a farci il cappuccino. Non ci riusciamo proprio più a star dietro alle tendenze, alternativi nostro malgrado. Arriviamo troppo presto alle serate e ce ne andiamo quando i locali scoppiano di corpi sudati.
Siamo in piena “downtown”, anche se Papaciccio aveva chiesto espressamente di fermarci in un bar di periferia. A dir la verità, lui stasera avrebbe desiderato tutt'altro. Usciti con l'idea di tuffarci in una notte a base di “dubstep”, lo abbiamo trascinato in mezzo alla “techno funk” di due dj berlinesi. Tutto molto “cool”, la musica e, soprattutto, la ragazza che ho notato all'ingresso. O forse era un “girl” e quella era una “door”.
Nulla è andato come da programma, stasera.
Dopo cena l'orologio avverte che sarebbe criminale passare a giocare coi piccoli a quell'ora, e l'esperienza mi fa tremare al pensiero dell'aspettativa che avrà creato in loro il papà.
Ma il mio senso di colpa oggi è bulimico.
L'avevo segnato in agenda, proprio per non dimenticarlo. Ero stato pure invitato, l'avevo richiesto quell'invito. E solo prima di mezzanotte mi accorgo che lo spettacolo teatrale diretto da un mio amico sarà finito da un pezzo. Devo fare qualcosa per la mia memoria. E chissà dov'è la mia testa. A volte nemmeno vedo quello che ho davanti al naso.
Dicevo?
La birra era come la desideravo: fredda e dal sapore insignificante. I suoni vanno oltre l'immaginato, ma dopo due ore non ci divertono più. Papaciccio, incurante della folla, va verso il bar. Io e Paoletta pensiamo sia stolto, ma forse è solo sete. Mentre difendiamo la colonna cui ci siamo appoggiati per sempre, inizio a giocare con gli occhi della ragazza che mi sta di fronte. L'amico che parla con lei se ne accorge e, dopo un po', mi dice ridendo: “siete anche voi qui per le pastiglie?”.
Gattaccio, perché non sei qui? Ora servirebbe una delle tue risposte alienate. Nel fiume umano dei Murazzi tossici e notturni, alla richiesta di una cartina tu rispondesti: “dove devi andare?”.
Ma io non sono così pronto. Riesco solo ad alzare le guance e dirgli no. Nel mezzo delle luci colorate, del frastuono e dei suoi limiti, non credo che abbia colto il sarcasmo della mia smorfia.
Mica sono moralista per davvero, ci mancherebbe altro. E capisco pure che qualcuno abbia bisogno d'aiuto per sopportare questo ritmo ossessivo e divertirsi.
Sono solo curioso. Dov'è finita la capacità di fantasticare da soli?
Eppure, è così semplice, come in un bacio.
Si, basta solo chiudere gli occhi.

31 gennaio 2010

FERMA

Quando l'amore è immobile

Ti ho trovata quasi per caso.
Ti cercavo, ma non pensavo ad una come te.
Siamo così diversi, noi due.
Io incapace di stare fermo, quando tu non insegui il nuovo e i tuoi movimenti sono impercettibili.
In silenzio urli il tuo desiderio d'attenzione e io quasi mi trascino per risponderti.
Invadente, casinista, totalmente centrato su me stesso, penso alla mia musica, ai mie libri, ai miei film, alle mie montagne di giornali, ai fogli dei miei appunti sparsi, ai vestiti che nascondono le poche sedie ancora libere da qualcosa.
Non conosco orari regolari. Anche quando rientro a sera tardi, il mio primo pensiero va al frigorifero e, pur stanco, amo mettermi ai fornelli.
Tu sei calda, a volte pure troppo per me.
In una domenica di sole come questa, io vorrei solo perdermi per strada.
Invece ho deciso di prendermi cura di te.
La mia casa.

26 gennaio 2010

PARABOLA

Ascesa e discesa degli animali sociali

Si intravedono per la prima volta in un luogo immenso e affollato.
Affollato, si, ma asettico, privo di rumori e odori. Qualcuno dice che forse, in quel luogo immenso, i confini nemmeno esistano.
Loro si scambiano i saluti e, per un attimo, hanno l'impressione d'essere vicini e di potersi stringere la mano. Eppure, sono separati da un lungo muro, spesso e trasparente, che sembra fatto apposta per ingannarli.
All'inizio sono a disagio, così prima cercano conforto attorno a se, in qualche sguardo conosciuto. Poi prendono un po' di coraggio e provano a comunicare tra di loro, senza intermediari. Schiacciano il naso al muro, convinti che i suoni possano superare quella barriera.
Non sembra una cosa facile, lì per lì. Ma loro sono pieni di buone intenzioni. Quando il labiale non basta più, iniziano a lanciarsi aeroplanini di carta e parole.
L'aria è solcata dai voli sempre più fitti, ma anche l'inchiostro finisce per non bastare più.
Così prendono altro coraggio e decidono d'arrampicarsi sul muro.
Si ritrovano in cima, finalmente sono faccia a faccia e possono guardarsi negli occhi.
Si annusano, si toccano, si ascoltano curiosi.
Ma lì, in cima, non si può stare a lungo, ché lo spazio è comunque ristretto.
Allora, ognuno capisce che è arrivato il momento di tornare sui propri passi.
E tornare ad essere semplicemente un nome, tra i tanti scritti su quel muro.

24 dicembre 2009

LUI

Come diventare buoni?

Lui non direbbe le parolacce.
Gli piacerebbe spalare la neve mentre piove a dirotto. Perché la neve diventerebbe più pesante e Lui potrebbe faticare di più.
Non vedrebbe l'ora d'addobbare l'albero, dopo aver non solo dipanato la matassa delle luci, ma anche dopo averle riparate con perizia chirurgica (perché costeranno pure un'inezia le luci dei cinesi, ma l'interruttore multi funzione, al suo interno, è saldato in ogni angolo e se un filo, per mala ventura, decide di rompersi...).
Lui, adesso, non sentirebbe i morsi della fame, perché non avendo famiglia, e tanto meno una famiglia meridionale, non dovrebbe aspettare l'ora dei lupi per cenare.
E poi non potrebbe nemmeno cenare tardi, Lui, perché lo aspetterebbero le renne, e i camini e i bambini di mezzo mondo,
Ma io non sono Lui.
Le dico, le parolacce. E ne creo sempre di nuove, ché di ragioni non me ne mancano di certo.
Poi, però, vedo gli occhi di mio nipote. Sale su nella mia camera e con voce dolce mi avverte che tra un po' la cena sarà pronta, la tavola è già stata apparecchiata. Ha in testa un berretto rosso col pon-pon bianco.
So già come andrà finire.
Starò muto, e non solo per non dire le parolacce. Forse un po' bofonchierò.
Ma, alla fine, andrò a rovistare nell'armadio, e indosserò il mio vestito di panno rosso.
Ancora qualche anno e non servirà nemmeno più la barba bianca.


23 dicembre 2009

LAGGIU'

Non tutto il Mondo è paese

Laggiù, fra qualche anno, faranno le Olimpiadi.
Son pieni di contraddizioni, tanta miseria e tanta ricchezza da far schifo. Un Presidente che ha fatto davvero l'operaio, mica solo sui cartelloni pubblicitari; e la polizia che, tra le baracche, conosce solo la legge della propria impunità di fronte alle violenze commesse.
Laggiù la crescita corre ad un ritmo impressionante, schiacciando senza troppe remore i disperati che non riescono a stare al suo passo. Insieme a Russia, India e Cina, laggiù provano a dettare nuove agende economiche al resto del Mondo. E l'Europa osserva immobile.
Laggiù è appena iniziata l'estate, non sanno cosa sia la neve, l'acqua ghiacciata nei tubi, le autostrade bloccate, gli scambi dei treni gelati.
Laggiù gli aeroporti funzionano e quando fa caldo non si lamentano per l'afa.
Per cui, se un amico è appena rientrato dal Brasile per qualche giorno di vacanza e ti telefona, è meglio non iniziare la conversazione senza salutarlo e dicendogli: "Si, ora è proprio Natale".
Perché ti manderà a quel paese.
Senza sapere che tu, in quel Paese, ci sei già.


26 novembre 2009

GENERAZIONE_P

Perché uno mica se lo può dare

Il giorno in cui lo sentirò lamentarsi, sarà il segnale della fine imminente.
Osservando la sua determinazione quotidiana e silenziosa, ho iniziato ad odiare sempre più le persone che si lamentano.
Avrebbe mille ragioni per lagnarsi. E altrettante per guardare al futuro con preoccupazione.
Ma la paura sembra non sfiorarlo, preso, com'è, dal presente delle sue giornate in salita.

Forse dovremmo fare qualche passo indietro, non trovi? Non lo so, quest'idea di cambiare città, il trasloco, e gli amici, dovrei far vendere la casa di nonna. Ho sentito un tono risentito nella sua voce, sembrava avercela proprio con me, forse ha ragione mia moglie. Sono almeno tre giornate di formazione, non vorrei perderle perché lui pensa che sia una questione personale. Forse è Dio che ha voluto così. Non trovi che servirebbe un approccio meno diretto? Mia moglie forse capirebbe, ma i ragazzi? Sono vecchio, non mi puoi chiedere questo, sei sleale. Ho deciso, non posso perdere quest'occasione: riscrivo il finale, la gente vuole ridere. Se lo sapesse mio padre, sarebbero dolori. No, ancora non gli ho parlato. Chi lo sente, poi? Forse dovrei essere sincera, mio marito non lo amo più. Ma come farebbe senza di me? E' il mio destino. Ho attraversato velocemente la strada, quasi finivo sotto il tram. Spero non m'abbia vista. Cosa ne vuoi sapere tu? Tanto poi il mal di pancia me lo prendo io. Anni, e anni, e anni. Non l'ho fatto prima, adesso è tardi. E' già andato via altre volte, ma cosa potrei fare io da sola?

Paure.
Paure.
Sempre e soltanto paure.

Lo capisco, qualcuna ce l'ho pure io.
E' un'altra la domanda che mi faccio.

Com'è possibile che tra noi nuovi adulti il coraggio sia diventato una merce così rara?


13 novembre 2009

CYNARA SCOLYMUS

Incontri

Vado per la mia strada.
Guido un caterpillar.
Potrei tirare dritto, invece la curiosità mi ferma.
Un campo di carciofi.
Scendo.
Ne prendo uno.
Inizio a togliere le foglie, facendo attenzione.
Lo sapevo.
Dentro è diverso.
C'è il cuore.

Si, potrebbe essere un buon soggetto per un sogno.

07 novembre 2009

RIEN NE VA PLUS, 2

Scegliere è una scommessa

Certo e incerto, si.
E poi?

Penna / Tastiera
Autostrada / Provinciale
Roma / New York
Spaghetti / Risotto
Sagra / Mostra
Neve / Sabbia
Camicia / T-shirt
Film / Libro
Giarrettiera / Gambaletto
Vino / Birra
Cerchio / Quadrato
Televisione / Radio
Sopra / Sotto
Auto / Bici
Luna / Sole
Doccia / Vasca da bagno
Più / Meno
Lettera / Telefono
Rock / Soul
Cintura / Bretelle
Ieri / Domani

Insomma: rosso o nero?
Prego.
Ma che sia il vostro, di gioco.

03 novembre 2009

RIEN NE VA PLUS

Fare il proprio gioco

Basta alzare lo sguardo di pochissimo per notarla, è sempre lì, proprio davanti al naso. Non serve particolare sforzo per prenderla, occorre solo allungare la mano.
Calda e accogliente al tatto, la sua forma rassicurante e la sua sola presenza potrebbero già rappresentare una sicurezza duratura.
Oppure si può rimanere ad occhi chiusi, e girare su se stessi per provare a capire da dove arrivi quel suono appena percettibile, domandarsi cosa sia. Aprire un poco gli occhi e intravedere prima una sagoma dai contorni sgranati, poi un'immagine nitida, pronta a scomparire l'istante successivo. Non è facile intuire se dietro quegli spigoli (perché erano degli spigoli), si nasconda una linea morbida. Si può solo scommettere che sia anche in grado di trasmettere calore, poiché a quella distanza i raggi non bucano l'aria.
Perché, allora, respingere una cosa certa per una incerta?
Per la stessa ragione per cui tifo Toro.