Ore 5:03 am. Buongiorno Mondo.
25 marzo 2019
Buongiorno, Mondo
Ore 5:03 am. Buongiorno Mondo.
25 settembre 2018
Whatever
Mi avrebbe preso per matto o, anche peggio, per un vecchio maniaco.
Non sarei mai riuscito a spiegarle che vivo in un posto dove è normale che a volte la gente ti rivolga la parola e poi il momento dopo se ne vada, senza sentire l’urgenza di doverne aggiungere altre. Ho fatto apprezzamenti sui cappotti di ragazzi che dopo un istante hanno tentato di sorridermi mentre invece fuggivo dalla stessa metropolitana oppure al supermercato ho ascoltato gente mai vista prima suggerirmi d’acquistare la scatola di biscotti a fianco di quella che avevo scelto io. Lo so, adesso sono tornato dove queste eccentricità son quasi molestie. Ma avrei potuto almeno dire alla mia perfetta sconosciuta che anni prima, nella piazza lì a due passi, ero sceso dalla macchina sempre in piena notte per aiutare tre perfetti sconosciuti sulle strisce pedonali a mimare Abbey Road.
Mentre aspettavo che la luce del semaforo diventasse verde, nel buio ingiallito dai lampioni del centro avevo visto risaltare le sue scarpe bianche e le gambe incrociate a formare una specie di P sbilenca. Ma quello che davvero mi aveva attirato erano le enormi cuffie per la musica e il fatto che stesse smanettando sul suo telefono. E che tutto attorno a lei non ci fosse un’anima che fosse una, e non un suono. Magari lei stava scrivendo a qualcuno, oppure sfiorando delle fotografie oppure ancora cercando una canzone. Poco importava. Eravamo le uniche due presenze in strada nel vuoto della notte. Lei ferma in un angolo dove c’è un negozio che nemmeno a farlo apposta si chiama proprio “Punto Notte”, e non vende biancheria intima o daiquiri ma coperte e lenzuola.
Per me era lei che rendeva perfetto quel quadro di Torino, non il palazzo barocco illuminato al fondo di una delle rare vie che non si è piegata alla mappa ortagonale dei pratici militari romani.
Alla fine non sono sceso dalla macchina, e non solo perché il mio telefono era invece da ore privo di vita. Avrei rovinato non solo il suo momento, ma soprattutto il mio. Ho anche pensato che il mio, di momento, fosse proprio speciale. Stavo iniziando in quasi solitaria la mia traversata di ritorno nell’unico mare che ho sempre conosciuto.
Per rientrare a Santa Rita non c’era alcun motivo di deviare prima ad est lungo la via che celebra il più importante dei quattro fiumi cittadini, quello che noi torinesi (anche quelli espatriati da tempo) condividiamo forzatamente con quelli che si definiscono padani mentre noi ci siamo sempre sentiti isolatamente montanari o almeno collinari. Ma via Po, a meno di non essere solo maniaci della strada sempre più corta, è l’unico fiume legittimato a portarti davanti al faro di questo mare. E io, di fronte alla Mole spenta, ho pensato che potevo portarle il mio rispetto in un modo solo. Fermandomi in mezzo alla strada, e spegnendo i fari della macchina.
Credevo di ricordarmi tutte le rotte del mio mare, e mi son dovuto ricredere. Non tanto perché ho visto alberghi dove una volta poteva esserci solo l’ennesimo anonimo palazzo ottocentesco, Gramsci o non Gramsci. O perché nel mezzo di una piazza che non era mai stata tale, e che le madamine odiavano per il suo parcheggio sotterraneo sovrastato da colline squadrate artificiali, adesso c’è una birreria che distribuisce e riceve amore. Ma perché ho dimenticato che in centro le aree pedonali hanno ridisegnato dove puoi spingerti con la tua nave. Così, nella cappa della notte, e nella speranza di non trovare la guardia costiera con la fiamma sul cappello, ché poi mia madre una multa presa mentre navigavo con la sua macchina non l’avrebbe digerita, sono andato contro la corrente. Giusto solo per evitare quei tre isolati che mi avrebbero allontanato per qualche impaziente minuto dalla mia rotta verso sud. I carabinieri, alla fine, li ho incrociati poco dopo. E ho pure dato la precedenza per non perdere la mia patente nautica.
Forse non sarà come la città che non dorme mai, la mia Torino. E in un qualunque martedì notte che è già primissimo mercoledì mattina le macchine per le strade sono proprio un’eccezione anche per la città dell’auto. Ma dal tuo specchio retrovisore possono sbucare quattro ragazze in bicicletta, in fila orizzontale, a far la gara come Baronchelli e Aldo, Giovanni e Giacomo. Io ho accostato a sinistra e mi son fermato. Volevo sbirciare chi avrebbe vinto al photo finish prima che il mio semaforo fosse di nuovo diventato verde.
Non ci sono solo silenzio e rotte inconcludenti in questo mare notturno. C’è anche la voce registrata di Mixo, quella di una vita, e una “soft summer breeze” che “makes me think of my baby I left down in New Orleans”, anche se la mia non si chiama Magnolia e mi aspetta in una diversa New. A inizio serata, sulla stessa radio il cui nome non si capisce mai se prenda a pugni l’inglese o imiti una stazione di musica sudamericana, c’era stata un’orrenda copia dei Led Zeppelin proveniente dal Michigan e non avevo capito il nesso con la voce rassicurante di Luca de Gennaro. Boh, whatever. Ma whatever per davvero. Perché non ci riesco nemmeno più a capire come si faccia a nominare una meravigliosa trasmissione radiofonica con una parola che io sto imparando a usare solo per dire che non me frega niente o per mandare qualcuno a farsi fottere.
Poco importa. L’aria inizia a farsi fresca e la colonna sonora meno lineare di sempre mi porta verso quello che spero sia l’unico igloo di pietra al mondo con i neon cardinali.
Importa poco. Mi basta solo una scusa per rallentare la mia traversata.
03 aprile 2018
Viva la Globalizzazione, soprattutto se mi porta i savoiardi con il caffè alla fine del primo tempo
29 giugno 2016
IMPERIALE
L'Impero Ottomano, l'Impero Britannico e quello di Gianfranco Bianco
Per le nostre vacanze d'agosto in Italia avremmo anche potuto scegliere di fare scalo all'aeroporto di Istanbul. La Torino che dice di guardare al Mondo, quella della Fiat che si è letteralmente mangiata la Chrysler (anche se i torinesi e gli italiani tutti non lo capiranno mai), non ha un collegamento diretto con New York, e nemmeno con Detroit, se è per quello. Il governo americano da mesi sconsiglia ai suoi cittadini di andare in Turchia, troppo pericolosa, a rischio continuo d'attentati. Un Paese spezzato in due dall'ultraconservatore Erdogan e in cui la guerra civile pare non essere un orizzonte così improbabile. Un'amica italiana che vive ad Istanbul da 8 anni mi ha scritto poche ore fa che è tristissimo vedere da mesi le zone turistiche svuotarsi. Istanbul non è solo una delle città principali d'Europa, è anche uno degli scali più importanti al Mondo. Quindi poteva esserci chiunque di noi all'aeroporto Ataturk. Ed è tristissimo ora leggere le storie di alcune delle vittime dell'attentato terroristico di ieri, l'ennesimo di una lunga serie che da un anno ha colpito la Turchia.
Faremo invece tappa a Londra, e ci fermeremo lì per due giorni. Pochi per capire come nella Capitale inglese vivano il risultato del referendum sulla Brexit, ma sono curioso di vedere alcuni segni di questo periodo comunque cruciale per il Regno Unito. Quando arriveremo in Italia so già che verrò sommerso di domande. "E Trump? Vincerà le elezioni? Tutto il Mondo è Paese, eh?". Nessuno ha la bacchetta magica per fare previsioni. Nessuno si azzarda a farne, pena perdere faccia e magari pure la pagnotta. Ci sono valide ragioni politiche, demografiche e di meccanismi elettorali che rendono difficile una vittoria di Trump contro Hillary Clinton, sebbene nessuno dei due candidati alla Presidenza USA sia particolarmente amato. Per non entrare troppo nello specifico, mi limiterò a ripetere agli amici italiani che Europa e America son tanto diverse. Che americani e inglesi condividono la lingua e poco altro. Che in un Mondo dove tutti commerciano con tutti, dove tutti imparano a fare tutto, e dove la tecnologia fa aumentare la produzione e rende irrilevanti molti mestieri del passato, per alcuni c'è solo da perdere e per altri c'è solo da guadagnare. Se poi qualcuno vorrà sapere del presunto declino dell'Impero Americano gli dirò: sfortunatamente quaggiù non abbiamo un Impero e fortunatamente non abbiamo un declino. E spiegherò loro, per l'ennesima volta, che se c'è un centro nell'Universo quel posto è New York. Per essere ancora più specifici, è Brooklyn. Anche se son tempi grami per fare la maionese artigianale, con 'sti affitti che vanno sempre più alle stelle.
A Torino c'era un uomo che, almeno due decenni fa, aveva un'idea molto chiara di "Impero".
Era l'estate del 1989. Tempo d'esami di maturità. Dopo un anno, con alcuni amici, ero tornato davanti al mio ex liceo. Non eravamo gli unici. C'erano anche un paio di giornalisti, in attesa dell'uscita dei primi maturandi. Posto perfetto per raccontare una storia, perché nello stesso isolato convivevano uno dei licei più importanti della città, lo scientifico Galileo Ferraris, e uno degli istituti tecnici più importanti sempre a livello locale, il Sommeiller. Uno dei due giornalisti era Gianfranco Bianco, per la RAI di Torino, l'altra una ragazza che lavorava da poco per la cronaca cittadina di Repubblica. Era carina. Volevo parlarle, fare colpo. Per questo, dopo aver trascorso un bel po' di tempo a parlare con Bianco, gli avevo chiesto in prestito il suo microfono e, con tutta la faccia tosta dell'epoca, mi ero presentato alla giornalista, fingendo di volerla intervistare. Chiunque abbia mai visto un telegiornale della regione Piemonte sa che sullo schermo Gianfranco Bianco era un professionista impeccabile, serio. Ebbene, quello stesso giornalista scherzava con noi e mi aveva ceduto il suo microfono come niente fosse.
Di studenti in uscita non c'era ancora traccia. Gianfranco Bianco ci raccontava storie del suo lavoro e noi gli facevamo domande. Volevamo sapere chi fossero le giornaliste più belle in RAI. Volevo sapere di Carmen Lasorella. Lui, senza scomporsi, serio: "Carmen Lasorella? Una figa imperiale".
Gianfranco Bianco, che la terra ti sia lieve.
15 febbraio 2016
Vi presento la mia "Guida Inutile NEW YORK" [ NYC #59 ]
Venite a spasso nella mia (nuova) città
FREEZER esiste dall'agosto del 2006. Un semplice diario. Un blog anomalo, perché non faccio vita nella blogosfera. E in questo modo il mio FREEZER continuerà la sua esistenza.
Però, dopo tre anni di vita trascorsi qui a New York con la Ragazza Dai Capelli Rossi e il nostro Piccoletto, ho deciso di aprire anche un altro progetto.
In questi tre anni tanti amici sono passati in città. E con il tempo tutti mi hanno ripetuto la stessa domanda: "perché non scrivi una guida?". Tra questi, anche l'amico e fotografo Sandro Pisani. Arrivato a Brooklyn nel giugno dello scorso anno, mi ha chiesto di accompagnarlo in giro per il suo lavoro. Quando gli ho spiegato che avrei preferito scrivere un nuovo blog, lui mi ha regalato la sua idea: "un blog su tutto quello che conosci di New York, una 'guida inutile' della città".
Dopo mesi di pensieri, quel blog è nato. Il suo nome è "Guida Inutile NEW YORK", www.guidainutile.nyc è il suo indirizzo.
Ho aperto anche una pagina su Facebook: www.facebook.com/guidainutilenyc
E un profilo su Twitter: @guidainutilenyc
E non volevo farmi mancare Instagram: guidainutilenyc
Come si dice dalle mie nuove parti: Welcome to New York!
12 febbraio 2016
FREEZER
25 gennaio 2016
Liber [ NYC #58 ]
Vivi e lascia vivere
![]() |
| Il meteo italiano non fa notizia a New York. Le unioni civili, si |
Alzo la testa e guardo oltre la vetrata. Fisso il traffico che scorre sulla 23esima, sta per iniziare l'ora di punta. Io devo tornare a Brooklyn e oggi tocca a me andare all'asilo a prendere il piccoletto. Inizio anche ad avere caldo. A quanto pare una delle impiegate ha più caldo di me, perché sta già in canottiera allo sportello del prestito libri. Attorno ci sono persone che sono sedute da tempo e non si sono nemmeno levate la giacca per il freddo. Un signore non ha abbandonato nemmeno il suo colbacco.
Intanto il mio vicino di banco se n'è andato. Afferro il giornale, che ha lasciato sul tavolo. Sulla prima pagina del New York Times si parla di Italia e delle divisioni sulle unioni civili. M'è passata la voglia di leggere. Vado a prendere la metropolitana.
24 gennaio 2016
Anno nuovo, e solo quello [ NYC #57 ]
Hai voglia a dire che non s'invecchia
![]() |
| YMCA Park Slope, Brooklyn |
"Can I borrow you?". Si, sta proprio rivolgendosi a me. A parte lui, sono l'unico maschio adulto presente. Per il resto, solo mamme, amiche delle mamme e babysitter. Me ne sto tranquillo a bordo di uno dei tre campi da basket ospitati sotto la grande volta della YMCA di Park Slope. Quello che un tempo era un arsenale, adesso è una delle più grandi palestre di tutta Brooklyn. Questo giovedì l'allenatore deve fare a meno del suo assistente. 12 bambini, tra cui anche il Piccoletto di casa Spedalieri, sono pronti a giocare a football. Ognuno stringe la propria palla come fosse oro. Io adesso sono esattamente al centro del campo e loro mi puntano: sarò l'ultimo ostacolo prima del touchdown. Sono un adulto rispettabile, loro sono solo dei bambini che smaniano per giocare e tra questi c'è pure mio figlio. Primo pensiero? Col cacchio che li faccio segnare.
02 gennaio 2016
Come in un film [ NYC #56 ]
Grandma is coming to town
"Parlate inglese?", ci chiede la signora che continua a passeggiare mentre si accosta a noi. La mia risposta, ancor più delle parole che lei stava prima origliando, lascia zero dubbi sul mio passaporto: "ii-ee-ss", rispondo sorridendo. A quel punto, mentre tutti noi proseguiamo a camminare senza nemmeno per un istante modificare il ritmo dei nostri rispettivi passi, la signora ci spiega il perché della domanda: "Mi piace molto ascoltare l'italiano, sembra d'ascoltare un film". Ringrazio, le dico che lei è davvero gentile e poi, scherzando, aggiungo: "Chi lo sa? Magari siamo proprio noi un film...". Si mette a ridere. E, mentre si allontana: "un bellissimo film. Pasolini!".
![]() |
| Botanical Garden, The Bronx |
21 novembre 2015
Catrame [ NYC #55 ]
A New York come a Parigi
"Me siento muy contento, me siento muy feliz", cantano in coro i quattro musicisti. Potrebbero essere messicani, ma a parte il pregiudizio non ho altri motivi per pensarlo. Scendono a DeKalb Avenue, l'ultima fermata di Brooklyn prima di arrivare a Manhattan. La metropolitana riparte. Ho trovato posto a sedere al fondo della carrozza e sento che potrei addormentarmi da un momento all'altro, anche se è solo metà pomeriggio. Si apre la porta che dà sulla passerella che connette i vagoni. Quella porta che, secondo i moniti terrorizzanti scritti per i genitori sul retro delle metrocard, non si dovrebbe mai aprire per non rischiare di finire sui binari. In mancanza di bagni pubblici nelle stazioni, quella passerella è non di rado usata come orinatoio.
![]() |
| Guggenheim Museum |
02 novembre 2015
La città in festa [ NYC #54 ]
Halloween e Maratona, accoppiata vincente
Partenza alle 9.50 in punto, alla presenza di Spike Lee e del sindaco De Blasio. Quando allo sparo dello starter gli uomini si lanciano lungo il ponte di Verrazano, io finisco il caffè, afferro il mio mezzo bagel, bacio la famiglia e mi lancio per le scale, giusto il tempo di un'ultima occhiata intensa alla televisione. Prima che i corridori professionisti raggiungano l'incrocio tra la 21esima Street e la Quarta Avenue a Brooklyn dovranno percorrere 6 miglia, o poco più di 9 km e mezzo. A me basterà fare tre isolati, e pure in discesa.
![]() |
| Fourth Avenue, Brooklyn |
Come ogni prima domenica di novembre, è il glorioso giorno della Maratona di New York. Quest'anno cade esattamente 24 ore dopo Halloween, anche se per noi ha fatto poca differenza.
Per il terzo anno di fila, cioè da sempre per lui, il nostro piccoletto non ha potuto festeggiare. Una maledizione vera, perché sembra che sempre in questo periodo lui sia destinato a prendersi qualche forma di influenza o altri virus balordi, alla faccia dei vaccini stagionali e del maniacale lavaggio delle manine. Chissà, un giorno anche lui riuscirà a godersi Halloween e ce ne andremo tutti quanti a spasso in costume, come qui fanno tante famiglie con i loro bambini. I migliori? La famiglia di "Incredibili" vista a Fort Greene.
09 agosto 2015
Basta crederci [ NYC #53 ]
Credenze metropolitane e altre leggende
![]() |
| Macchina da East Village |
13 luglio 2015
Taramosalata [ NYC #52 ]
Scrivere, e pure fare l'amore
![]() |
| Brooklyn, stazione di Bay Parkway e vista su Washington Cemetery, cimitero ebraico |
12 luglio 2015
Bagaglio a mano [ NYC #51 ]
Per un viaggio di tre ore un sacchetto di plastica basta e avanza
09 giugno 2015
La Cara Estinta [ NYC #50 ]
![]() |
| Se Basquiat fosse ancora vivo, vivrebbe a Bushwick |
Brooklyn della tua bisnonna non c'è più nemmeno lei
Quando torni in Italia, o quando parli con qualcuno che sta in Italia, quattro persone su due ti dicono: "Dov'è che vivi adesso? A Brooklyn? Aaah, Broccolino...". Quattro su due, perché ognuno te lo ripete almeno due volte dal momento in cui ti ha fatto la domanda. Tutti, poi, anche quelli che avevano la nonna di Luserna San Giovanni, provano a pronunciare "Broccoliiiinoo" come fossero siciliani. Serve a niente far notare che nemmeno Franco e Ciccio parlassero in quel modo.
L'ho già detto, e lo ripeto. Non tanto per me, ché non mi cambia la vita, quanto per chi ancora non lo sapesse in Italia.
Brooklyn è il Centro dell'Universo, niente meno.
Presente Isola Posse All Stars, "Bologna è solo il buco del culo del Mondo"? Ecco, moltiplicato per cento. La fama di Bologna non superava il Salento. TUTTI, invece, conoscono Brooklyn, e per questo usano il suo nome per vendere la qualunque. Avviene così in tutto il Mondo, dalla Danimarca alla Thailandia. Ma saltando l'Italia, a quanto pare.
Immagine non disponibile [ NYC #49 ]
Così diversi da essere normali
Domenica, quasi ora di cena. Sole calato dietro gli alberi e aria fresca. Giardini pubblici con pochi bambini e noi genitori siamo ancora meno.
Un ragazzo corre lungo il marciapiede oltre la cancellata.
Voglio osservare la reazione di due amiche sedute su una panchina vicino all'ingresso. Lo stanno seguendo con lo sguardo mentre si avvicina veloce. Quando le supera, una delle due amiche si volta e continua a seguire la sua corsa per un po', fino a quando il ragazzo esce dalla loro visuale.
Un paio di pantaloncini corti, un torso nudo e due volti sorridenti incorniciati dall'hijab. Una fotografia d'impatto, un racconto perfetto, meglio di tante parole. Ma non credo che senza il velo delle due ragazze quella piccola storia di corpi e occhiate avrebbe lo stesso attirato la mia attenzione.
Sul momento ho rimpianto di non aver afferrato il telefono per fermare quell'immagine. Adesso non so spiegarlo, ma sono contento di non aver rubato quello scatto.
Non fare davvero nemmeno più caso alle tante espressioni della diversità, perché la diversità è parte della normalità di tutti i giorni, e la normalità non ci fa girare la testa, richiede tempi lunghi per tutti. Anche per gli uomini di buona volontà, anche quando vivono in una copia del Mappamondo in formato ridotto. Con buona pace delle nostre illusioni contrarie.
31 maggio 2015
Fa così tanto New York [ NYC #48 ]
Il Sole tra i grattacieli? Meglio il tramonto nel Queens
Manhattanhenge! L'ho dimenticato anche questa volta? No, non è un'imprecazione. È il nome di quel fenomeno per il quale, due giorni all'anno, il sole durante il tramonto è esattamente allineato con le strade che a Manhattan vanno da est a ovest. Se ti metti al centro della 14th o della 42nd Street, per esempio, vedrai il sole calare all'orizzonte esattamente in mezzo ai grattacieli. E pare che tu possa vederlo nonostante la folla di turisti e newyorchesi che da anni si accalca sempre più numerosa lungo le strade, brandendo soprattutto telefonini per arrivare prima di tutti gli altri con una foto su Instagram e Twitter. Il nome Manhattanhenge è stato coniato nel 2002 da Neil deGrasse Tyson, astrofisico e divulgatore scientifico reso famoso dalla TV pubblica americana. Il riferimento è allo Stonehenge inglese e al suo asse rivolto al Sole durante il solstizio d'estate. Sabato 30 maggio e domenica 12 luglio sono i due giorni da segnare sul calendario per il Manhattanhenge 2015. Il primo giorno l'ho già perso, e non solo per colpa del cielo parzialmente coperto. Perché se è vero che ho deciso che prima o poi devo farla pure io 'st'sperienza tutta newyorchese, è altrettanto vero che per il mio ultimo sabato di maggio avevo già preso anche un'altra decisione: all'ora del tramonto sarei stato da tutt'altra parte, a Sunnyside. E aspettando la metropolitana che mi avrebbe riportato a casa, guardavo all'orizzonte le nuvole arrivare proprio sul cielo di Manhattan, per il dramma di migliaia di macchine fotografiche.
27 marzo 2015
La Magnifica Ossessione [ NYC #47 ]
O di quante cose puoi fare per appartenere alla tua nuova città
"Ho appena finito la mia passeggiata di 17 km, forse anche 18, bòh. In sole, si fa per dire, sei ore. E mi sono fermato a mangiare due toast su una panchina davanti alla City Hall e poi a comprare tre regali: uno per me, uno per la Ragazza Dai Capelli Rossi e uno per il nostro Piccoletto. Si, ho fatto anche una sola sosta tecnica in una biblioteca, per fare pipì. E cammin facendo ho fatto pure due lunghissime telefonate". Runtastic dovrebbe raccontare anche cose così. Per questo non la uso, oltre al fatto che correre sia contro la mia religione. Comunque, nonostante mi piaccia passeggiare per ore, per la mia religione non sarei in grado di concepire camminate più impegnative tipo, che ne so, il Cammino di Santiago. E non solo perché io e la fede non siamo nemmeno lontani parenti.
A pensarci, sono sempre più convinto che quel che potrei fare, invece, è la guida turistica qui a New York. Si, potrei fare la guida come passatempo, di tanto in tanto. Ma non quella tradizionale, tipo quella che fa da cicerone al MoMA o quella che porta a spasso con la bandierina. Turista italiano che arrivi in città con le tue valigie di memorie musicali o cinematografiche: hai in testa quella copertina dei Ramones e sai che aveva a che fare col defunto CBGB? Nella tua stanza hai appeso da decenni il poster di Woody Allen in "Manhattan"? Facile, con due parole su Google ci metti un attimo a trovare da te quel perduto angolo di punk e andare laggiù per il tuo meritato autoscatto. Così come potrai vedere che la panchina di Woody Allen non c'è più. Ma se vieni a fare due passi con me, negli stessi luoghi, giuro che ti diverti di più. Anche questa può essere fede. Vuoi camminare lungo la Quinta Strada e buttare l'occhio dentro le vetrine più famose? Va bene. Ma se vuoi, risalendo la stessa strada davanti a Central Park, ti posso fare buttare l'occhio dentro un seminterrato di lusso. E se ti fidi di me, mentre aguzzi un po' la vista, riesco anche a farti vedere i molari del paziente di quel dentista che proprio in uno di quei seminterrati ha il suo studio medico. No, non ti porto in giro a gratis, non è il caso. "We're only in it for the money", lo diceva pure Frank Zappa.
20 marzo 2015
Hoops [ NYC #46 ]
Palla e canestro, più o meno
Ok, allora. Ci sono Marco Belinelli e Manu Ginobili che stanno giocando a palla. Poi arriva pure Carmelo Anthony e dice che lui invece vuole giocare a pallacanestro, perché quella lì è proprio una palla per giocare a basket. Solo che il canestro qui non c'è. Allora io, ché sono un bravo papà, decido di fare io il canestro. Quello umano, con le braccia piegate come fossero un cerchio davanti alla mia faccia, che potrebbe essere un discreto tabellone con il pizzetto. Carmeloanthony inizia con una schiacciata, e ci fa subito capire che non dobbiamo farci ingannare dal suo sorriso: quello, a sei anni, è normale. Il mio Piccoletto, a.k.a. il-Marcobelinelli-di-Greenwood-Heights, fa squadra con lui anche se ha meno della metà dei suoi anni. Manuginobili, che avrà superato i tre anni da qualche settimana, ha deciso di fare coppia con la sorella più grande, arrivata in suo soccorso da non so dove. Oltre a fare il canestro mobile, cerco d'essere un arbitro imparziale. Quando chiamo i falli è l'unico momento in cui parlo in inglese. Ma credo che Manuginobili, soprattutto quando gli fischio a favore, preferisca il mio d'italiano, dal momento che lui sembra parlare solamente in spagnolo. Carmeloanthony e Marcobelinelli si intendono nella loro lingua madre e ogni volta che Carmelo schiaccia, il mio piccoletto urla: "slum dunk!". Altro che mania per la pallacanestro dei college, la vera "March Madness" è qui.
11 febbraio 2015
BAM [ NYC #45 ]
Lezione a sorpresa
Potrei stare ad ascoltarlo per ore. Prima del suo arrivo, nella quieta Natman Room, eravamo solo in tre: io, un altro tizio che come me ha cercato un posto tranquillo per lavorare ed un pupazzo in tessuto, che ha le stesse dimensioni di Jimmy Page e gli stessi vestiti che lui indossò durante un famoso concerto dei Led Zeppelin al Madison Square Garden nel '73. Il pupazzo è opera recente di un'artista di Chicago, Karolina Gnatowski, e fa parte di una piccola mostra ospitata in questa sala. Insieme ad altre opere vuole dimostrare quanto spesso possa essere sottile il confine tra arte e artigianato.
Adesso il nostro oratore parla ad una decina di ragazzi, forse studenti di una vicina scuola superiore. Racconta loro la lunga storia del teatro della Brooklyn Academy of Music. Spiega loro che il teatro dove si trovano è sempre stato, da ben più di un secolo, un luogo importante per Brooklyn e per la città intera. "Questo non è come i teatri di Broadway, qui non c'è sempre il lieto fine. Anzi". Racconta che quando i più importanti nomi del balletto e dell'avanguardia, adesso considerata un classico, arrivavano per la prima volta in America non andavano a Manhattan, ma venivano qui. Spiega loro che questa è sempre stata un'istituzione non-profit e che raccogliere soldi, fare fundraising, anche aumentando il numero degli abbonati e dei sostenitori annuali, è fondamentale non solo per mantenere vivo il teatro e le sue numerose attività ma soprattutto per realizzare lo scopo principale della BAM: essere davvero aperta a tutti i cittadini, anche a quelli che non sono ricchi. Noi avremmo detto "democratica". Ma sto notando che in questo Paese le parole hanno un peso e si preferisce, se possibile, non sgonfiarle inutilmente e nemmeno usarle come prezzemolo.
Ascoltandolo mi compiaccio, per una volta, di non aver bisogno di darmi un tono sapendo chi sia Pina Bausch, ovviamente; ma di sapere chi fosse Robert Moses. I ragazzi sono troppo giovani per conoscere il nome dell'uomo che nella metà del secolo scorso ha dato forma alla New York che conosciamo noi, dando via libera alla costruzione di tutte le più importanti autostrade cittadine. Una delle quali, sventrando il ricco quartiere di Brooklyn Heights lungo l'East River, costrinse all'epoca molti ricchi residenti ad abbandonare il quartiere. E questo, ci spiega il nostro Cicerone, creò problemi anche per il teatro, perché venivano meno ricchi finanziatori.
La lezione è finita. E anch'io e il mio anonimo compagno di sala lo ringraziamo, affascinati.
"Travel Jimmy", invece, non fa una piega. Nemmeno quando passa la metropolitana e i muri intorno a noi tremano.

















