21 novembre 2015

Catrame [ NYC #55 ]

A New York come a Parigi


"Me siento muy contento, me siento muy feliz", cantano in coro i quattro musicisti. Potrebbero essere messicani, ma a parte il pregiudizio non ho altri motivi per pensarlo. Scendono a DeKalb Avenue, l'ultima fermata di Brooklyn prima di arrivare a Manhattan. La metropolitana riparte. Ho trovato posto a sedere al fondo della carrozza e sento che potrei addormentarmi da un momento all'altro, anche se è solo metà pomeriggio. Si apre la porta che dà sulla passerella che connette i vagoni. Quella porta che, secondo i moniti terrorizzanti scritti per i genitori sul retro delle metrocard, non si dovrebbe mai aprire per non rischiare di finire sui binari. In mancanza di bagni pubblici nelle stazioni, quella passerella è non di rado usata come orinatoio.
Guggenheim Museum

Dal vagone a fianco arrivano due ragazzi. Uno ha in mano uno stereo portatile, l'altro annuncia che è "showtime". Iniziano a ballare. Nonostante il volume della musica sia decisamente alto, Shazam non mi aiuta a riconoscere quel giro ossessivo che mi sta entrando piano piano nella testa. Il treno adesso corre in superficie lungo il Manhattan Bridge. Giusto il tempo di guardare su Internet le ultime notizie dalla città. A Midtown un isolato si sta riempendo di fumo. Pare sia solo un incendio, niente di grave. Qui gli attacchi terroristici di Parigi, freschi di nemmeno 24 ore, trovano nervi allenati alla minaccia permanente: è una consuetudine la voce in metropolitana che ti ripete "if you see something, say something". Ma non sorprende che molti abbiano iniziato a pubblicare immagini via Twitter e a chiedersi cosa stia succedendo in mezzo a quel fumo. Si torna in galleria e non c'è più segnale. Un pensiero in meno.
Fine della mia corsa. Aiuto una mamma con passeggino a risalire su Lexington Avenue. Gli ascensori nelle stazioni della metropolitana son merce rara nella "Greatest City In The World", prendere o lasciare. Cinque isolati e arrivo finalmente al Guggenheim. C'è coda, come ogni tardo pomeriggio di sabato, perché il biglietto del museo precipita da 25 dollari a quel che vuoi pagare tu. Alle sei di sera sono in coda davanti ad un museo e leggo il giornale sul telefono. Vent'anni fa non lo avrei detto. Davanti a me c'è una coppia di ragazzi il cui accento tradisce origini catanesi. Lei, distrutta, si appoggia al muretto, mentre lui le ricorda che per andare su a Torino e poi a San Siro servirà la giacca pesante. Mi perdo nelle cronache da Parigi.
Alberto Burri, Rosso Plastica

Fine della coda. La rampa elicoidale del Guggenheim, soprattutto quando la ripercorri in discesa, è perfetta per srotolare tutta la produzione artistica di Alberto Burri attorno alla materia. Catrami, gobbi, muffe, sacchi, bianchi, legni, ferri, combustioni plastiche. E poi i bagni singoli, ricavati all'interno delle colonne del museo: con la stessa dimensione claustrofobica di quelli di un aereo, per lasciarti contemplare in tutta riservatezza la tua, di materia. Chissà se anche quella era un'idea di Frank Lloyd Wright.

A parte Kandinsky, che qui è sempre il piatto forte, mi sembra quasi una visita di condoglianze la sosta davanti agli impressionisti e ai post-impressionisti francesi. Così come quella davanti al "Quatorze Juillet" di Picasso. Poiché di continuo e con gentilezza i custodi rammentano che è vietato scattare fotografie, penso sia opportuno un gesto rivoluzionario: con la mia stazza copro il telefono e scatto furtivamente, manco stessi fotografando un microfilm. Poco distante una ragazza è molto più rivoluzionaria di me. Lei copre integralmente solo i suoi capelli, con un velo che lascia scoperto il volto, e con la matita disegna veloce degli schizzi su un grande quaderno a quadretti. Ho ragioni per sentirmi idiota.
Pablo Picasso, Quatorze Juillet

Sono in ritardo ma voglio camminare ancora un po' prima di prendere la metropolitana. Davanti al Consolato di Francia sono parcheggiati i furgoni dei principali canali televisivi. Il traffico sulla Fifth Avenue è rallentato. Newyorchesi e cittadini francesi si stanno raccogliendo anche qui, come a Washington Square Park e in altre città americane, per una veglia in memoria delle vittime di Parigi. Un uomo appoggia il suo braccio sulle spalle ricurve di una donna che ha lo sguardo fisso nel vuoto. Una giornalista accovacciata nella penombra su un cordolo di cemento batte veloce il suo pezzo. Sembra che anche le auto siano mute. Molti i ragazzi che sono venuti a rendere omaggio, lasciando una candela, dei fiori o la loro firma su una bandiera di cartone. Molti ragazzi, come i tanti uccisi mentre vedevano un concerto al Bataclan o cenavano al ristorante con gli amici. In un fine settimana come altri.
Veglia di Pace davanti al Consolato di Francia

Me siento muy contento, me siento muy feliz
Ya es fin de semana me pienso divertir

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