21 novembre 2012

DIARIO MINIMO DA MIAMI - 5 - E se avessero ragione loro?

Black Friday. E poi: Small Business Saturday, Sofa Sunday, Cyber Monday e Green Tuesday. C'è anche Wrong-Size Wednesday, e qualcuno parla pure di Black Thursday, perché alcune grandi catene decidono di anticipare le offerte già al giorno di Thanksgiving. Ovviamente, a parte il Giving Tuesday, che nelle intenzioni dei promotori dovrebbe essere dedicato alla beneficenza, c'è chi cerca di opporsi al consumismo che regge l'economia di questo Paese.

16 novembre 2012

DIARIO MINIMO DA MIAMI - 4 - Too Much


Sapevo che sarebbe finita così: non solo bevo molto più caffè che in Italia, ma ne sono quasi dipendente. "Si, vabbé, ma quella è brodaglia". Non scherziamo, per favore, non scherziamo. Forse da Mc Donald's, certo non nelle caffetterie. E pure in alcuni Starbucks puoi trovare miscele dall'aroma intenso e dal gusto forte. Il fatto è che qui, è risaputo, il caffè si beve a tutte le ore del giorno, potendo accompagnare pressoché qualsiasi piatto.

06 novembre 2012

DIARIO MINIMO DA MIAMI - 3 - Election Day


Nel parcheggio del Community Center di Uleta fa caldo e tutto è muto, non c'è folla. Non quella che i telegiornali locali raccontano da altre zone della Greater Miami. Dal guardiano, agli elettori in coda, alle addette alle postazioni per il voto elettronico, la maggioranza qui, in questo quartiere popolare di North Miami Beach, è afro-americana o, al massimo, centro-americana con prevalenza di giamaicani e haitiani. Siamo tra i pochi bianchi presenti in questa grande palestra adibita a seggio elettorale, a parte alcuni ebrei riconoscibili per la loro kippah. 

02 novembre 2012

DIARIO MINIMO DA MIAMI - 2 - Colpirne cento per educarne cento


No, non credo che ad Hollywood, Florida, abbiano in mente il Grande Timoniere. Eppure i principi di base cari a Mao Tse Tung funzionano in ogni dove, soprattutto se applicati ai bambini. E qui sono applicati a tutti, senza distinzioni d'età.
Lo studio pediatrico è molto grande, come qualunque cosa quaggiù: se l'unità di misura è il miglio, non puoi stupirti che il tubetto del dentifricio o il tubo delle patatine sembrino bastoni. Per questo, anche un semplice studio medico può essere più grande di molti uffici di multinazionali presenti a Milano.
Dietro il bancone della reception c'è la stanza dello schedario. La nostra dottoressa ci dirà, poi, che ormai tutto è computerizzato; ma quella è ancora la memoria di qualche migliaio di bambini passati da qui negli anni.
Il salone d'attesa è diviso in tre zone distinte: quella per i bambini che devono fare un semplice controllo, quella per i bambini con qualche malattia in corso e quella per i neonati. Nulla da eccepire, soprattutto per i neonati, perché respirano qualunque cosa e la fanno propria come niente. In ogni zona c'è un televisore acceso sullo stesso canale per bambini. E se anche provi a spostarti in modo che il piccoletto tra le tue braccia non lo veda, lui proverà lo stesso a girarsi, seguendo le voci. Forse anche perché a casa non l'ha mai visto un televisore.
Sullo schermo ci sono dei piccoli pirati e un pesce, parlano di un tesoro. Sono folgorato, non riesco a staccare lo sguardo. Il cartone animato è costruito per insegnare nuove parole ai bambini. Il pesce formula le domande e, dopo qualche secondo di pausa, i piccoli pirati rispondono.
Mi distraggo per qualche minuto e quando torno con gli occhi al televisore vedo che i piccoli pirati si sono tolti le bende nere. Ora sono dentro un supermercato. Viene spiegato loro dove possono trovare la frutta e la verdura, il latte e il formaggio, e così via. Parte una musica, e li vedi ballare e cantare tra le corsie, come un perfetto musical. Alla cassa impari quante banane puoi comprare con le monete che hai in tasca. E poco importa se anche mia moglie, che pure è nata e cresciuta in Florida, strabuzzi gli occhi all'idea che tre banane possano costare tre dollari.
Cambio di scena, i piccoli ex pirati si trasferiscono nel cortile di una scuola. Ma arriva il nostro turno con la pediatra, e non sapremo mai che hanno mangiato per la merenda.

31 ottobre 2012

DIARIO MINIMO DA MIAMI - 1 - Lavorare ad Halloween


Non è facile fare il cameriere o la commessa il giorno di Halloween. Se hai fortuna, ti basta indossare una maglietta arancione, ripetere continuamente "Happy Halloween" a chiunque ti passi a tiro di saluto, e tutto finisce lì. In caso contrario, come minimo, devi truccarti e aspettare che arrivi la fine del tuo turno. Il trucco da gatta non ha rivali tra le cameriere, almeno a Coral Gables.Impossibile evitare questo destino, in generale, per chi lavora a contatto con la clientela. Nel grande studio ginecologico o nella piccola caffetteria francese, alle pareti troverai le stesse decorazioni a base di zucche, pipistrelli e teschi. Ma nello studio ginecologico ho contato: una segretaria vestita da gatta, una col grembiule e un grande cappello da ortolana, un'altra con finti dreadlocks e berretto da rasta con la scritta "Peace". Il bambino che accompagnava la mamma tutto vestito da piccolo ninja, l'ho tolto dalla contabilità del giorno.Happy Halloween.


09 agosto 2012

QUIZ

"Pali e traverse sono più rammarico che rimpianto". Lo ammetto, vado in crisi: e dove sarebbe la macroscopica differenza? Ma forse il telecronista Rai è pure accademico della Crusca e l'ignorante sono io. Lana caprina, comunque.
"E la sassata di Figlioli!".
Questa è intelligibile, e nemmeno serve essere esperti di pallanuoto per capire che ha segnato l'Italia.
Sei a cinque per il Settebello contro l'Ungheria, detentrice del titolo olimpico da tre edizioni.
A bordo vasca, con un gigantesco teleobiettivo, c'è una fotografa che indossa il velo. Evidentemente mussulmana, chiaro.
Quando segna l'Italia, oltre alle nostre bandiere, anche gli americani sventolano le loro; quando segna l'Ungheria, si vede anche la Union Jack. No, questa non l'ho capita.
Pianto improvviso, che rompe la prima nanna della sera. L'orologio della cucina dice che il piccolo ha mangiato da meno di due ore. Non può; essere che cacca, chiaro.

04 agosto 2012

BEL PAESE


Gabrielle Douglas, sedici anni.
Per i giornali del suo Paese, gli USA, è soprattutto "la prima donna nera", come scrive il New York Times, a vincere un oro olimpico in una gara individuale di ginnastica. 
Per tutti i media statunitensi, lei è un'afro-americana. 
Per "La Stampa" (e non credo che per il resto dei giornali italiani sarebbe tanto diverso), è soprattutto la prima "gazzella nera". Certo, poi nella didascalia della foto si dice che è afro-americana: probabilmente, uno sforzo per non essere ripetitivi e non essere cazziati dal caporedattore. Ma il titolo, quello che deve rimanere impresso in chi legge, va dritto alla pancia, perché con la pancia è stato scritto e con la pancia è stato approvato.
Non riesco davvero a pensare che sia razzismo, almeno non quello conclamato, che dalla sua ha pur sempre la dignità minima del coraggio delle proprie idee. Forse questo è solo un retaggio linguistico da libro "Cuore", e non ci ricordiamo manco più di quanto eravamo razzisti nel nostro recente passato di italiani brava gente.
Semplicemente, siamo banali.
Siamo maledettamente banali,  se non volgari.
Scordiamocelo, non moriremo democristiani. Sarebbe già un privilegio, di questi tempi men che mediocri.
Non ci ammazzeranno case crollate per terremoti che altrove le lascerebbero in piedi, o per colpa di fabbriche inquinanti, mazzette per costruire autostrade deserte, scambi di flebo, attentatori con le bombole del gas. Tanto meno ci ammazzeranno la disoccupazione, il costo del denaro, il deficit, la de-industrializzazione, l'assenteismo o le Università mignon.
Moriremo, invece, travolti da forme di parmigiano, oppure accecati dalla corda spezzata di qualche mandolino o per il diabete da panettone con l'uvetta più dolce del Mondo.
Ci ammazzeranno i luoghi comuni più banali, quelli della bontà italiana, gli stessi che ci impediscono di vedere quanto sia cambiato il resto del Mondo in appena un quarto di secolo, mentre noi vogliamo ancora fare la colazione al bar a metà mattinata e pretendiamo il premio di produttività se siamo stati assenti un mese dall'ufficio.
Si, probabilmente verremo tutti soffocati da un delizioso pistacchio iraniano andatoci di traverso appena abbiamo scoperto che ce lo hanno venduto come pistacchio di Bronte.
O forse avremo fortuna, ce la caveremo e il Bel Paese rimarrà almeno un formaggio. Tra i più banali, ovvio.

26 luglio 2012

LA VECCHIA SIGNORA

"Scusi...", mi dice mentre sto per svoltare l'angolo.
Si tiene stretta alla sua stampella ed è appoggiata al muro del supermercato. A terra ci sono due sacchetti della spesa. Guardo l'orologio per capire se sono in ritardo. Anni fa una signora mi chiese se potevo aiutare suo nipote a portare una lavatrice al terzo piano. Questa volta mi è andata di lusso.
"È qua vicino, facciamo presto... Deve andare al Valdese? Se vuole c'è mio figlio che ci lavora...".
Afferro le borse e le dico che non è il caso.
Trecento metri sono sufficienti per riassumere una vita, soprattutto se il passo non è veloce.
Ha 88 anni e, dopo ben più di mezzo secolo a Torino, parla ancora in calabrese, anche abbastanza stretto. Il marito era piemontese, però, e faceva il trasportatore. Appena il bell'uomo la vide, vicino Rosarno, s'innamorò di lei e ne chiese la mano ai fratelli, sottoponendosi pure al vaglio d'un loro amico carabiniere.
La signora non ne vuole sapere d'andare a vivere a Pecetto, dove uno dei suoi figli ha un bel ristorante. Certo, a suo dire, la nuora è una ragione sufficiente per non spostarsi; ma lei, comunque, ha sempre vissuto nel quartiere e qui vuole rimanere.
Poco prima d'arrivare a destinazione, la signora incrocia una ragazza slava. Non ho capito bene, forse fa le pulizie nel suo palazzo. Di sicuro, manco a dirlo, non le sta proprio simpatica.
Il portone, maestoso e in legno, è di quelli capaci d'ingannare, forse anche per la vicinanza con dimore di gente ricca davvero. Ma appena nell'androne, la modestia è dappertutto. La signora saluta una donna in cortile e, un secondo dopo, mi dice che non le piace, perché spesso se ne sta sul balcone in mutande e viene a farle visita il suo mantenuto.
Sembrano almeno sei, ma sono solo quattro piani senza ascensore. Mentre la signora si riposa in cortile, porto su le borse e le lascio sul pianerottolo.
Quando scendo, non la vedo più. Dopo qualche istante, sbuca con una mezza sigaretta accesa e mi ringrazia per averla accompagnata a casa.
Prima di salutarla, le raccomando di prestare attenzione a chi chiede aiuto, ché non si sa mai. Mi squadra, ride e, agitando la stampella, mi dice che lei è ancora forte.
Certo, mai avuto dubbi.

APRITI SESAMO

Il preparato è di quelli per il risotto. Che differenza fa se voglio usarlo con gli spaghetti? Nessuna: alla fine, sempre di pesce surgelato si tratterà.
Peccato che la nostra dispensa sia priva di spaghetti, a parte quelli integrali, che non puoi chiamare davvero spaghetti.
Quindi, si torna al riso, ché almeno quello è in abbondanza, come nelle cascine lungo il Ticino o lo Yangtze.
Forse, prima, avrei dovuto preparare un brodo, magari con quei gusci di gamberi che teniamo in freezer proprio per queste evenienze. Non l'ho fatto, amen.
Ad ogni mestolo d'acqua, si capisce che il riso non si accontenterà del sale che gli sto buttando dentro. Allora apro di nuovo il frigo, e giù con zucchine e qualche pezzo di pomodoro.
Il colore ora è più convincente; ma di sapore, manco a parlarne.
Il peperoncino della zia? Bene. Il prezzemolo? Pure.
Nuovo assaggio.
A parte che siamo lontani dalla cottura, predomina l'insipido.
"Senti... com'è che si chiama quella salsa di coso... si, dai... quella di soia, ma col nome... Tamiami?".
Ah, no, era tamari.
Almeno la soia giapponese sarà salata? Si, ma ancora non va.
Cassetto, ecco quello che ci serve: goju karu. "Questa roba coreana è potente, eh?".
Abbondare.
Sorpresa dal frigo: goju jang. "Guarda il colore... Fichissima questa marmellata".
Abbondare.
"Che ne dici? Altra tamari? Ma si...".
Lo stiamo perdendo, lo stiamo perdendo...Acqua, acqua, acqua, ché si sta attaccando in ogni dove!
Salvo, per puro miracolo.
Tavola.
Il piatto è bollente, ormai è un parente lontano del risotto ai frutti di mare.
Dev'esserci qualcosa di metaforico in tutto questo, si, sarà un segnale.
È piccantissimo, in puro stile asiatico imbastardito alla maniera di San Francisco.
Dell'olio di sesamo non potrà che rinfrescarlo.

25 luglio 2012

GRANA GROSSA

Avrà sei anni o giù di lì.
Credo sia il figlio dei ragazzi nigeriani della videoteca, o forse della donna del saloon afro.
Inforca la sua bicicletta con foga da scattista e si schianta a terra, giusto davanti ai miei piedi, evitando per un soffio il palo della sosta lungo il marciapiede.
"Vuoi una mano", gli chiedo.
Mi guarda e non risponde.
Mi allontano, ridendo all'indirizzo di uno che fa pure lui il palo poco più in là.
Sento alle mie spalle qualcosa che si avvicina velocemente.
"Non avevo bisogno d'aiuto!".
E mo' che gli dico? Niente, ragazzino, sai il fatto tuo.
San Salvario è assonnata, come ogni pomeriggio d'estate. A parte gli spacciatori incollati alle auto e un gruppo di rumeni nel dehor improvvisato d'un bar, sembra che ci sia nessuno in giro. Penso che anche gli alpini davanti alla sinagoga vorrebbero abbandonare il blindato e cercare un albero.
Io, invece, cerco del bulghur e in tasca tengo i soldi come i bambini che vanno a far le commissioni. Devo prenderne due chili, si sarebbe meglio.
Il negozio bio è chiuso. Meno tre.
Il ragazzo del Bangla Market nemmeno capisce cosa gli sto chiedendo. Tranquillo, gli faccio con la mano, cerco da me tra gli scaffali. Nulla, solo cous-cous. Meno due.
Al negozio indiano stanno scaricando la merce. Fagioli e lenticchie di tutti i colori, ma il bulghur non c'è. Meno uno.
Vabbé, è destino, devo allungare la mia strada di almeno duecento metri.
Il maghrebino ha tutto, anche la carne o il formaggio che arriva da Parigi. Ovvio, c'è anche il bulghur.
Il prezzo sui pacchi dice due euro. Non so perché, ma batte uno scontrino da tre e sessanta.
Non ho la forza per chiedere, e nemmeno mi interessa così tanto.
Non farò la cresta, adesso voglio solo la mia acqua frizzante.