31 ottobre 2012

DIARIO MINIMO DA MIAMI - 1 - Lavorare ad Halloween


Non è facile fare il cameriere o la commessa il giorno di Halloween. Se hai fortuna, ti basta indossare una maglietta arancione, ripetere continuamente "Happy Halloween" a chiunque ti passi a tiro di saluto, e tutto finisce lì. In caso contrario, come minimo, devi truccarti e aspettare che arrivi la fine del tuo turno. Il trucco da gatta non ha rivali tra le cameriere, almeno a Coral Gables.Impossibile evitare questo destino, in generale, per chi lavora a contatto con la clientela. Nel grande studio ginecologico o nella piccola caffetteria francese, alle pareti troverai le stesse decorazioni a base di zucche, pipistrelli e teschi. Ma nello studio ginecologico ho contato: una segretaria vestita da gatta, una col grembiule e un grande cappello da ortolana, un'altra con finti dreadlocks e berretto da rasta con la scritta "Peace". Il bambino che accompagnava la mamma tutto vestito da piccolo ninja, l'ho tolto dalla contabilità del giorno.Happy Halloween.


09 agosto 2012

QUIZ

"Pali e traverse sono più rammarico che rimpianto". Lo ammetto, vado in crisi: e dove sarebbe la macroscopica differenza? Ma forse il telecronista Rai è pure accademico della Crusca e l'ignorante sono io. Lana caprina, comunque.
"E la sassata di Figlioli!".
Questa è intelligibile, e nemmeno serve essere esperti di pallanuoto per capire che ha segnato l'Italia.
Sei a cinque per il Settebello contro l'Ungheria, detentrice del titolo olimpico da tre edizioni.
A bordo vasca, con un gigantesco teleobiettivo, c'è una fotografa che indossa il velo. Evidentemente mussulmana, chiaro.
Quando segna l'Italia, oltre alle nostre bandiere, anche gli americani sventolano le loro; quando segna l'Ungheria, si vede anche la Union Jack. No, questa non l'ho capita.
Pianto improvviso, che rompe la prima nanna della sera. L'orologio della cucina dice che il piccolo ha mangiato da meno di due ore. Non può; essere che cacca, chiaro.

04 agosto 2012

BEL PAESE


Gabrielle Douglas, sedici anni.
Per i giornali del suo Paese, gli USA, è soprattutto "la prima donna nera", come scrive il New York Times, a vincere un oro olimpico in una gara individuale di ginnastica. 
Per tutti i media statunitensi, lei è un'afro-americana. 
Per "La Stampa" (e non credo che per il resto dei giornali italiani sarebbe tanto diverso), è soprattutto la prima "gazzella nera". Certo, poi nella didascalia della foto si dice che è afro-americana: probabilmente, uno sforzo per non essere ripetitivi e non essere cazziati dal caporedattore. Ma il titolo, quello che deve rimanere impresso in chi legge, va dritto alla pancia, perché con la pancia è stato scritto e con la pancia è stato approvato.
Non riesco davvero a pensare che sia razzismo, almeno non quello conclamato, che dalla sua ha pur sempre la dignità minima del coraggio delle proprie idee. Forse questo è solo un retaggio linguistico da libro "Cuore", e non ci ricordiamo manco più di quanto eravamo razzisti nel nostro recente passato di italiani brava gente.
Semplicemente, siamo banali.
Siamo maledettamente banali,  se non volgari.
Scordiamocelo, non moriremo democristiani. Sarebbe già un privilegio, di questi tempi men che mediocri.
Non ci ammazzeranno case crollate per terremoti che altrove le lascerebbero in piedi, o per colpa di fabbriche inquinanti, mazzette per costruire autostrade deserte, scambi di flebo, attentatori con le bombole del gas. Tanto meno ci ammazzeranno la disoccupazione, il costo del denaro, il deficit, la de-industrializzazione, l'assenteismo o le Università mignon.
Moriremo, invece, travolti da forme di parmigiano, oppure accecati dalla corda spezzata di qualche mandolino o per il diabete da panettone con l'uvetta più dolce del Mondo.
Ci ammazzeranno i luoghi comuni più banali, quelli della bontà italiana, gli stessi che ci impediscono di vedere quanto sia cambiato il resto del Mondo in appena un quarto di secolo, mentre noi vogliamo ancora fare la colazione al bar a metà mattinata e pretendiamo il premio di produttività se siamo stati assenti un mese dall'ufficio.
Si, probabilmente verremo tutti soffocati da un delizioso pistacchio iraniano andatoci di traverso appena abbiamo scoperto che ce lo hanno venduto come pistacchio di Bronte.
O forse avremo fortuna, ce la caveremo e il Bel Paese rimarrà almeno un formaggio. Tra i più banali, ovvio.

26 luglio 2012

LA VECCHIA SIGNORA

"Scusi...", mi dice mentre sto per svoltare l'angolo.
Si tiene stretta alla sua stampella ed è appoggiata al muro del supermercato. A terra ci sono due sacchetti della spesa. Guardo l'orologio per capire se sono in ritardo. Anni fa una signora mi chiese se potevo aiutare suo nipote a portare una lavatrice al terzo piano. Questa volta mi è andata di lusso.
"È qua vicino, facciamo presto... Deve andare al Valdese? Se vuole c'è mio figlio che ci lavora...".
Afferro le borse e le dico che non è il caso.
Trecento metri sono sufficienti per riassumere una vita, soprattutto se il passo non è veloce.
Ha 88 anni e, dopo ben più di mezzo secolo a Torino, parla ancora in calabrese, anche abbastanza stretto. Il marito era piemontese, però, e faceva il trasportatore. Appena il bell'uomo la vide, vicino Rosarno, s'innamorò di lei e ne chiese la mano ai fratelli, sottoponendosi pure al vaglio d'un loro amico carabiniere.
La signora non ne vuole sapere d'andare a vivere a Pecetto, dove uno dei suoi figli ha un bel ristorante. Certo, a suo dire, la nuora è una ragione sufficiente per non spostarsi; ma lei, comunque, ha sempre vissuto nel quartiere e qui vuole rimanere.
Poco prima d'arrivare a destinazione, la signora incrocia una ragazza slava. Non ho capito bene, forse fa le pulizie nel suo palazzo. Di sicuro, manco a dirlo, non le sta proprio simpatica.
Il portone, maestoso e in legno, è di quelli capaci d'ingannare, forse anche per la vicinanza con dimore di gente ricca davvero. Ma appena nell'androne, la modestia è dappertutto. La signora saluta una donna in cortile e, un secondo dopo, mi dice che non le piace, perché spesso se ne sta sul balcone in mutande e viene a farle visita il suo mantenuto.
Sembrano almeno sei, ma sono solo quattro piani senza ascensore. Mentre la signora si riposa in cortile, porto su le borse e le lascio sul pianerottolo.
Quando scendo, non la vedo più. Dopo qualche istante, sbuca con una mezza sigaretta accesa e mi ringrazia per averla accompagnata a casa.
Prima di salutarla, le raccomando di prestare attenzione a chi chiede aiuto, ché non si sa mai. Mi squadra, ride e, agitando la stampella, mi dice che lei è ancora forte.
Certo, mai avuto dubbi.

APRITI SESAMO

Il preparato è di quelli per il risotto. Che differenza fa se voglio usarlo con gli spaghetti? Nessuna: alla fine, sempre di pesce surgelato si tratterà.
Peccato che la nostra dispensa sia priva di spaghetti, a parte quelli integrali, che non puoi chiamare davvero spaghetti.
Quindi, si torna al riso, ché almeno quello è in abbondanza, come nelle cascine lungo il Ticino o lo Yangtze.
Forse, prima, avrei dovuto preparare un brodo, magari con quei gusci di gamberi che teniamo in freezer proprio per queste evenienze. Non l'ho fatto, amen.
Ad ogni mestolo d'acqua, si capisce che il riso non si accontenterà del sale che gli sto buttando dentro. Allora apro di nuovo il frigo, e giù con zucchine e qualche pezzo di pomodoro.
Il colore ora è più convincente; ma di sapore, manco a parlarne.
Il peperoncino della zia? Bene. Il prezzemolo? Pure.
Nuovo assaggio.
A parte che siamo lontani dalla cottura, predomina l'insipido.
"Senti... com'è che si chiama quella salsa di coso... si, dai... quella di soia, ma col nome... Tamiami?".
Ah, no, era tamari.
Almeno la soia giapponese sarà salata? Si, ma ancora non va.
Cassetto, ecco quello che ci serve: goju karu. "Questa roba coreana è potente, eh?".
Abbondare.
Sorpresa dal frigo: goju jang. "Guarda il colore... Fichissima questa marmellata".
Abbondare.
"Che ne dici? Altra tamari? Ma si...".
Lo stiamo perdendo, lo stiamo perdendo...Acqua, acqua, acqua, ché si sta attaccando in ogni dove!
Salvo, per puro miracolo.
Tavola.
Il piatto è bollente, ormai è un parente lontano del risotto ai frutti di mare.
Dev'esserci qualcosa di metaforico in tutto questo, si, sarà un segnale.
È piccantissimo, in puro stile asiatico imbastardito alla maniera di San Francisco.
Dell'olio di sesamo non potrà che rinfrescarlo.

25 luglio 2012

GRANA GROSSA

Avrà sei anni o giù di lì.
Credo sia il figlio dei ragazzi nigeriani della videoteca, o forse della donna del saloon afro.
Inforca la sua bicicletta con foga da scattista e si schianta a terra, giusto davanti ai miei piedi, evitando per un soffio il palo della sosta lungo il marciapiede.
"Vuoi una mano", gli chiedo.
Mi guarda e non risponde.
Mi allontano, ridendo all'indirizzo di uno che fa pure lui il palo poco più in là.
Sento alle mie spalle qualcosa che si avvicina velocemente.
"Non avevo bisogno d'aiuto!".
E mo' che gli dico? Niente, ragazzino, sai il fatto tuo.
San Salvario è assonnata, come ogni pomeriggio d'estate. A parte gli spacciatori incollati alle auto e un gruppo di rumeni nel dehor improvvisato d'un bar, sembra che ci sia nessuno in giro. Penso che anche gli alpini davanti alla sinagoga vorrebbero abbandonare il blindato e cercare un albero.
Io, invece, cerco del bulghur e in tasca tengo i soldi come i bambini che vanno a far le commissioni. Devo prenderne due chili, si sarebbe meglio.
Il negozio bio è chiuso. Meno tre.
Il ragazzo del Bangla Market nemmeno capisce cosa gli sto chiedendo. Tranquillo, gli faccio con la mano, cerco da me tra gli scaffali. Nulla, solo cous-cous. Meno due.
Al negozio indiano stanno scaricando la merce. Fagioli e lenticchie di tutti i colori, ma il bulghur non c'è. Meno uno.
Vabbé, è destino, devo allungare la mia strada di almeno duecento metri.
Il maghrebino ha tutto, anche la carne o il formaggio che arriva da Parigi. Ovvio, c'è anche il bulghur.
Il prezzo sui pacchi dice due euro. Non so perché, ma batte uno scontrino da tre e sessanta.
Non ho la forza per chiedere, e nemmeno mi interessa così tanto.
Non farò la cresta, adesso voglio solo la mia acqua frizzante.

01 maggio 2012

PECORE

Niente pietra o marmo, le colonne perimetrali sono in semplice cemento grezzo. Come le pareti, interrotte da ampie vetrate giallo opaco.
La croce, sorretta da lunghe catene, è sospesa in mezzo alla sala. Essenziale, con le sole barre di metallo necessarie a disegnarne i contorni.
La gente vestita a festa si accalca, cerca di farsi spazio per vedere qualcosa. Qualcuno cerca spazio per farsi vedere, i più rumoreggiano in continuazione, anche dopo gli inviti al silenzio. Telefonini, telecamere e tutto quello che serve per rivedere a casa tutto quello che non ci si è fermati a guardare qui.
I bambini e le bambine, in tunica bianca, ascoltano l'uomo che parla dal pulpito. Sembrano gli unici davvero attenti, pronti a rispondere alle sue domande, preoccupati di non fare la mossa sbagliata davanti agli occhi di parenti e amici.
L'uomo parla di pecore e pastori. Soprattutto dei pastori mercenari, che non amano le loro pecore e le lasciano appena sono in pericolo.
Parla di pecore che si sono smarrite.
Ricorda che tra pochi giorni sarà la festa dei lavoratori.
Dice che le persone che non hanno più un lavoro sono come pecore smarrite.
Dice che la logica del profitto e del pareggio di bilancio ha dimenticato che vengono prima le persone.
All'ingresso c'è un banchetto per raccogliere fondi. Vestiti usati per bambini, pennarelli, libri. Bastano due euro per comprare tre paia di collant.

12 aprile 2012

NON-LIEU

I marchi sono quelli famosi e globali, qualche locale sembra fresco d'apertura, in una zona tradizionalmente commerciale ma meno snob e pretenziosa di altre. Le vetrine sono piene di luce anche sul lato della strada che all'ora di pranzo si ritrova più in ombra. Qualcuno punta sullo stile impeccabile dell'esposizione, altri sul prezzo concorrenziale dei prodotti. Qualcuno proprio non riesce ad accontentarsi del suo semplice nome italiano e lo accompagna con un evitabile "bags and shoes". 
Non credo che questi negozi siano flagship, come li chiamerebbe chi col marketing ci lavora più di me; ma a parte uno che già dal nome racconta di vendere accessori per ragazze, tutti gli altri sono praticamente deserti, e le commesse sono pure costrette a stare in piedi, per non creare l'impressione dell'abbandono. Uno ha pure la scala mobile che si affaccia quasi sulla strada e gira in continuazione senza anima viva da trasportare. Bella cosa l'orario continuato, gli affari sono una cosa diversa, però. Chissà se è per questo che, al fondo della strada, ci sono pure alcuni spazi sfitti.
Finalmente passo accanto a due persone che stringono le borse dei loro acquisti. Una è stata in una catena spagnola; l'altra nella catena italiana che, mai lo sospetteresti, vuole provare a farle concorrenza. Le osservo bene: sono due turiste.
Magari è una mia impressione, ma neppure i bar mi sembrano pieni. In compenso i marciapiedi, che sono ben più larghi della media di una qualunque città italiana, sono affollatissimi, soprattutto da ragazzi e impiegati. Fa caldo, e c'è anche un tizio che riesce a girare col piumino chiuso fino al collo.
La via (anche se si chiama Corso) è molto lunga. Nulla interrompe la prospettiva, se non qualche semaforo sospeso ed un enorme striscione giallo che pubblicizza un porno shop lì vicino.
Mi infilo in una strada laterale. Sembra isolata acusticamente, le macchine non si sentono più. La via porta il nome di un patriota che non conosco. Dopo un ristorante italo cinese e un bar chiuso, arriva l'incrocio con la via dedicata ad un naturalista, e pure di lui ignoravo l'esistenza. Sul lato di un palazzo annunciano il concerto dei Soundgarden. All'angolo c'è un piccolo giardino pubblico.
Mi fermo su una panchina e ascolto due piccioni che tubano.

10 aprile 2012

ALTRIMENTI CONOSCIUTA COME ELUCUBRAZIONE

L'insegna, su campo giallo, è seria: "Ottica Amica". Praticamente, non lascia scampo all'immaginazione, che è defunta insieme al suo copywriter. Ma lei, almeno, ha lasciato un vuoto. Lui, poveraccio, non poteva prevedere che l'ennesimo punto vendita, un bel giorno, sarebbe finito al fianco di un cinema porno. E nemmeno poteva immaginare che in quello spazio sarebbe riuscito a creare una perfetta associazione di idee tra la più famosa leggenda catechistica sulla cecità maschile e la nota mano amica.
Mi fermo ancora un attimo prima di chiudere l'ombrello e imboccare le scale della metro.
Dal cinema esce un uomo che non avrà cinquant'anni. Abbottona il suo giubbotto sportivo e si allontana a passo tranquillo.
Certo, la comodità del computer di casa è innegabile. Ma vuoi mettere il fascino del grande schermo?

27 marzo 2012

DUE

Devo avere la faccia feroce. Gli occhi quasi chiusi, anche perché l'albero davanti a me non basta a tenere il sole a bada e, se mi sposto ancora un po', finisce che cado dalla panchina. Se qualcuno mi sta guardando, penserà che sono accigliato, che un pensiero mi tormenta. No, sto solo aspettando che arrivino gli occhiali nuovi. Segno dell'età, dice che me ne serve un altro paio per leggere. Così chiudo gli occhi ancora di più, per provare ad affaticarmi di meno. Me ne devo fare una ragione, avrò due paia d'occhiali. Proprio come i...
Mi sforzo, ma oggi pomeriggio l'idea brillante non vuole arrivare. Le scadenze sono chiare, l'obiettivo anche. Eppure, non mi smuovo da quelle due righe, che mi convincono pure poco.
Vorrei alzarmi e fare pausa. Un caffè al bar del parco s'imporrebbe sovrano, ma è l'ora più pericolosa per abbandonare la panchina: se ti alzi la perdi, e nessuno è così pio da starsene, come il sottoscritto, confinato in un angolo, giusto per lasciare spazio a qualche anima errante.
Si, la pausa serve. Ma ci sono anche i due vecchi sulla panchina vicina, che dopo un lungo silenzio innaturale, hanno rotto gli indugi e, alla buon'ora, si son messi a parlare. Maledizione, non ci riesco a farmi gli affari miei.
Per favore, Iddio Santissimo. Anche se ti reclamo praticamente mai, per via della schiavitù da materialismo dialettico, Iddio Santissimo, dimmi che non diventerò così lamentoso. Mica chiedo di non lamentarmi, idiozia. Dico semplicemente di poter mantenere almeno una parvenza di tolleranza verso il resto del Mondo prima dello stato cinereo.
La loro litania parte verso i bambini. A parte i cani e i piccioni, qui sono l'unica cosa che si muove ad un'andatura non ospedaliera e che abbia un suono decisamente vitale. Ma il lamento numero uno è verso i Bambini con la B maiuscola: rompono tutto. Il lamento numero due colpisce il mondochecambiaenoipurtroppodobbiamoadattarci. Meno male, direi, pena l'estinzione anticipata. Ma mi sembrano in gran forma, buon per loro.
Sembrano quasi la fotocopia l'uno dell'altro, ma si passano 7 anni. Quello che ne ha 79 non smette di parlare un momento, quello di 86 non sembra così rassegnato. Il più giovane è anche quello che filosofeggia e si lagna di più, è un vero leader. Sventola la tessera che gli consente di viaggiare gratis in tutta Italia, sembra essere fiero del fatto che non paga una lira. Ma dice d'avere una casa con salone doppio. Nessuno dei due è stato sposato, e alcune cose inizio a spiegarmele. Il più vecchio ha la badante, la paga 1150 euro e le versa pure i contributi. Forse avrà pensato che sono della Finanza.
"Ah, lei ha l'ora per ritirarsi", dice il più giovane, mentre il più vecchio si alza e lo saluta augurandogli di rivedersi. Passa qualche minuto e pure il più giovane se ne va.
Accidenti, fine del film. Mi tocca lavorare, penso.
Non è vero.
Arrivano con passo sicuro e si conquistano la panchina. 
Se i vecchi mi sembravano due fotocopie, questi due ragazzetti sembrano gemelli siamesi. Capelli scuri a spazzola, identici. Jeans, identici. Gilet nero, uno col cappuccio, l'altro senza. Occhiali da sole con lenti a specchio, identici. Uno ha la maglietta viola a righe orizzontali, l'altro ha una personalità sicuramente spiccata, perché ha scelto una maglietta viola a righe verticali. Orecchino identico, e solo a sinistra. Se ne stanno stretti stretti uno accanto all'altro. Se non riconoscessi la risata scema e lo sguardo malizioso con cui accompagnano il fondoschiena della signora che spinge il passeggino, direi che sono fidanzati.
Maledizione, parlano una lingua che non conosco, sembra slava.
E il sole se n'è pure andato dietro i tetti.