20 febbraio 2012

SQUADRA GRANDE

Certo non è la serata epica della sedia sollevata dal Mondo allo stadio di Amsterdam, ma al tifo questo non importa. E non è nemmeno la semplice vittoria, ché un pareggio non avrebbe scandalizzato nessuno. E' stata, invece, la corsa continua per novanta minuti, la traversa del capitano, il pareggio subito con un gran tiro nell'unico vero momento di distrazione. E poi quel gol finale, da non crederci.
"Te lo ricordi? Lo abbiamo visto settimana scorsa in metro".  
Non sono un tifoso modello, nemmeno riconosco i calciatori della mia squadra, quelli di adesso mi sembrano tutti uguali. Ho tante immagini in testa, ma sono rimasto fermo ai gemelli del gol. Uno dei due rischiò pure di investirmi con la sua Mercedes verde metallizzato, mentre inseguivo un autografo al termine dell'allenamento al Filadelfia.
No, non sono il tifoso modello. Ma almeno sono tra quelli che dicono "abbiamo" perso.
Mi tornano in mente alcune fredde mattinate durante le scuole medie. Il nostro insegnante d'educazione fisica si era congedato da poco dal servizio militare. Talvolta era invasato da un furore machista ai limiti della denuncia. Un giorno ci obbligò a fare le flessioni mentre lui teneva fermo un cacciavite sotto le nostro pance, per impedirci di toccare il pavimento. Quando non pioveva ci portava fuori a giocare a rugby, se così si poteva definire quella corsa selvaggia dietro l'ovale. Ma d'inverno l'unico regalo arrivava nei dieci minuti di fine lezione, quando ci faceva mettere a terra, ci divideva in due squadre, buttava un pallone nella mischia e ci faceva scannare a calcio-seduto. Un surrogato per far sfogare gli ormoni nello spazio angusto di una palestra.  Altroché calcetto, quello ancora non era nato.
L'eroe di questa serata ha segnato il gol praticamente da seduto, come facevamo noi ragazzini. E prende pure la metro.

14 febbraio 2012

UN BACIO A FIRENZE

"Antonio è un bel ragazzo, vive in una bella casa, è ricco. Potrebbe fare altro ma ha deciso di buttarsi sul gossip".
Il tavolino è squallido come il salone in cui ci troviamo. La sedia è quella che ho scartato io, perché rotta e non avevo voglia di rischiare uno strappo ai pantaloni. Ma lui riesce a sedercisi come se fosse ospite di un talk show, accavallando le gambe verso di noi. Parla, parla, parla. Il suo computer è aperto e lo usa come batteria per il telefono. Faccio fatica a sentire quel che mi interessa davvero, perché lui parla a quel volume tipico delle persone che vogliono farti sapere gli affari loro, ché se lavorano per la tivù dovrebbero interessarti ma a me proprio no. E con quella grossa sciarpa al collo non posso confidare in un improvviso mal di gola. Al tavolo a fianco si stringono alcuni vecchi, si fanno compagnia e si tengono al caldo.
La stazione di Santa Maria Novella è ancora ferma negli anni '40, con lo stile razionale tipico dell'architettura fascista. Il nostro bar si affaccia sul rinascimento ma credo sia arrivato negli anni '70, anche se la sua insegna è assai più recente. Solo il Mc Donald's, affollato di giovani cinesi delle periferie pratesi, sembra il futuro più scontato.
Anche se non c'è più sorpresa, Firenze riesce sempre a stenderti a terra: l'immensa cattedrale, l'immenso campanile, l'immensa torre di piazza della Signoria. Fosse pure un giro di poche ore, come il nostro, varrebbe comunque lo sforzo del viaggio. Per non parlare del lampredotto, da mangiare rigorosamente in piedi, al chioschetto del mercato vecchio.
Eppure, quello stesso mercato oggi mi mette tristezza: vecchio, con le stesse cinture e le stesse magliette da decenni. Nell'ombra dei palazzi che lo stringono, è l'unica zona dove senti l'aria gelida, che forse serve a conservarlo sempre uguale a se stesso.
Il nostro treno sta per partire.
Alla radio sento gli Eurythmics. Non è "1984", ma è come se lo fosse.

10 febbraio 2012

GRAN MILANO

"Come sta tuo sorello???", urla con voce roca mentre infila la faccia nel cestino dei rifiuti che c'è in cima alla scala della metropolitana.
"Beeeneee", gli fa eco l'altro, ciondolando e urlando pure lui nel cestino diametralmente opposto. Arrivo da Piazza del Duomo, o forse vengo da un posto più lontano.
La stazione ferroviaria più bella d'Italia si affaccia sul viale più triste e anonimo d'Italia. E dire che a due passi ci sono la sede della Regione e un importante albergo, di quelli che al bar ti presentano un conto che vale come la percentuale del business che hai appena concluso al tavolino prima di tornare sui tuoi passi e riprendere il tuo treno.
Sulle cime dei primi palazzi visibili, qualche grande insegna luminosa è stata rimossa e qualche spazio pubblicitario aspetta un compratore. Per strada ci sono ancora i cumuli della neve di settimana scorsa. A Berlino ti sentiresti dentro la storia del socialismo reale, in questo rettilineo di Milano tiri dritto e c'è poco da pensare.
Il freddo punge e mi chiedo se le coperte che nascondono due disgraziati sotto i portici siano sufficienti a riscaldarli. Nessuno può vedere le loro facce, nemmeno le poche persone che forse entreranno nella agenzia interinale a un metro dal loro riparo.
Alla prima traversa a sinistra lascio il viale. C'è un grande negozio di intimo all'ingrosso, o almeno a me sembra un ingrosso. Forse per via di quegli enormi manifesti con reggiseni pronti a scoppiare.
Bolzano, Berna. E poi altre insegne di alberghi che negli anni '70 dovevano essere moderni. Al fondo della via c'è pure una chiesa in stile neogotico schiacciata da due palazzi senza rispetto. Il cartello che riesco a intravedere, a fatica, dice che è un santuario. Addirittura.
"Pamela" ha chiuso e s'è portata via l'adesivo del suo nome, lasciando solo un'impronta sulla vetrina grigia. Non è il solo negozio d'abbigliamento ad essere morto qui intorno. Ma "Vaghissime Romantiche Donne" resiste, vai a capire perché. Forse la scritta outlet, o forse quella dei saldi.
Chi non c'è l'ha fatta è "Good Bye": dopo 43 anni cessa per sempre. E il destino forse non è stato nemmeno così avverso come si poteva presagire fin dall'atto di fondazione.
Un'impresa immobiliare della zona cerca di farsi notare e prova a vendere qualunque cosa. Appartamenti? Ce l'ho. Negozi liberi? Ce l'ho. Negozi affittati? Ce l'ho. Posti auto? Che domande.
In mezzo a questa agonizzante decadenza, c'è qualcuno che restaura un intero palazzo. In bocca al lupo, magari hai ragione tu. Io torno verso la Centrale per pranzare.
Il vecchio tram giallo sotto il Pirellone dovrebbe ricordare San Francisco. La Chinatown milanese, e adesso la chiama così pure Google, è un po' distante da qui. Ma l'amica avvocato, torinese trapiantata, mi conosce bene e, anche se oggi non può tenermi compagnia, mi indirizza verso i cinesi della zona. Non un posto qualunque, figurati, mille metri quadri di "tremendous" buffet. Perché l'è on Gran Milan.

03 febbraio 2012

TORINESI

"Scusi".
Scusi? Iniziamo bene...
"Sa dov'è l'irish pub?".
Ragazzo mio, hai proprio sbagliato il piede. Vabbé che mi avrai preso per un vecchio, perché mi vedi col berretto in testa, il collo irrigidito e l'andatura da automa. Ma è che c'è un freddo che l'altra sera c'hanno fatto pure l'igloo su 'sta piazzarossa che declina lungo il Po. Non c'è bisogno che mi dai del lei, anzi, evita.
Mmmhh, il pub irlandese. E in Piazza Vittorio, poi... Fammi guardare: di qui c'è la Gran Madre, di là la Mole; si, qui a destra c'è un pub e laggiù, sotto i portici della via, ce n'è un altro. Ma son mica irish pub, già tanto se assomigliano ad uno inglese.
"Forse in Corso Vittorio?", mi chiede con accento siciliano l'amico che è con lui.
Ah, tutto chiaro, adesso: studenti arrivati da poco a Torino. Hanno confuso piazza Vittorio (Veneto) con Corso Vittorio (Emanuele II).
Quando daranno le indicazioni per Corso Massimo e Corso Regina, allora saranno torinesi. Doc.

01 febbraio 2012

TIMING

Non che durante il giorno il vestito fosse stato proprio una tortura, soprattutto perché avevo tenuto la camicia vezzosamente senza la cravatta. Ma era il momento per qualcosa di comodo. Così, appena l'ho riconosciuta per caso nel sacchetto in fondo all'armadio, ho provato lo stesso fremito d'un bambino che ritrova un giocattolo perduto da tempo.
L'ho subito indossata e impettito mi sono parato di fronte a lei, tutta intenta a preparare la nostra cena.
"Aahhh!!!Aaaaahhhh!!!Aaaaaahhhhh!!!! Adesso sembri italo-americano davvero!".
Se ne intende, l'americana.
E' tempo che la mia tuta in acetato torni in fondo all'armadio.

11 ottobre 2011

SOTTO E SOPRA

Nella metro


"Now are you ready to grab the candle
That tunnel vision - not television
Behind the curtain - out of the cupboard
You take the first train - into the big world
Now will I find you - now will you be there"
.

La musica nelle cuffie mi aiuta a concentrarmi solo sui volti, senza farmi distrarre dalle parole. Hanno un aspetto più ordinario rispetto ai loro coetanei di Palazzo Nuovo, passano quasi inosservati. Alla fermata Nizza la metro si riempie di ragazzi delle facoltà scientifiche: di sicuro arrivano dalla vicina Biotecnologie, ma nemmeno via Pietro Giuria è poi così lontana.
Lui, vestito di grigio chiaro dalla testa ai piedi, è un ragazzo dalla corporatura massiccia e sembra smentire il mio assunto che questi giovani siano poco attenti alle mode: porta a tracolla una di quelle borse fatte con i teloni degli autotreni e che si vendono on line o nei negozi trendy.  Sale sul mio vagone, con un'amica dall'aria annoiata e decisamente persa tra i suoi pensieri. Due ragazze sono vicino a loro. Una lo saluta e si mette a parlare con lui, l'altra non fa che osservarlo. Non stacca mai gli occhi, nemmeno per sbattere le ciglia, fino a quando lui non capisce che forse è arrivato il momento di presentarsi, almeno per educazione. Dopo lo scambio dei nomi (che ovviamente io non posso sentire), lui raddrizza la sua schiena da pavone e, afferrando con le dita un ciuffo di capelli, cerca il riflesso della sua immagine nel vetro che separa il treno dalla galleria. Lei, "esile come una promessa", intimidita nel suo maglioncino rosso, inizia a giocare con i suoi lunghi capelli chiari, lunghi abbastanza per attorcigliarsi all'indice dopo qualche giro.
A Porta Nuova la mia curiosità deve scendere, non saprò mai se si sposeranno.
Faccio le scale a piedi e mi regalo la luce di Torino.

"Taste it in the air so sweet
because they come alive
my visions of the city street
all of electrify".


26 giugno 2011

UNKNOWN, 2011

Con


Ci sono parole che non possono stare insieme, come feta e anguria. Feta, non fetta.
L'anguria non può stare con la feta. Solo a parole, però. Basta assaggiare per capire che è vero il contrario. La storia inizia così: ci sono un cinghiale, una capra e un'oca. E ci sono seppie, noodles, spinaci, uvetta, marsala e peperoncino. E ci sono pure carote e marmellata d'arance, amare.
In realtà, non è che siano davvero tutti nella stessa storia.

Il cinghiale corre per il prato, probabilmente vuole starsene da solo. Altrimenti non si spiega perchè fugga le attenzioni insistenti dell'oca. Certo, di suo l'oca non è proprio nota per l'intelligenza vivace. Ma forse non è lei a peccare di sensibilità, forse è il cinghiale che non riesce ad arginare la sua ansia da riservatezza.
La capra, a minima distanza, osserva la scena tra i due. E' un distacco interessato, si intuisce che sta aspettando il momento buono per dire la sua.
Chi mette becco è di sicuro l'oca: lo spalanca per starnazzare e per beccare (appunto) il cinghiale che vorrebbe provare ad allontanarsi. Se è un tentativo per irritarlo, sta fallendo miseramente: il cinghiale sembra piuttosto impaurito e con quel fisico non potrà andare tanto lontano. Al massimo, potrà arrivare alla rete di recinzione che disegna i confini del loro universo.
La capra decide finalmente d'avvicinarsi all'oca e al cinghiale. Tutti e tre si fermano di colpo. Stanno a guardarsi per un po', sembra quasi che si scrutino. Poi, come niente fosse, ognuno riprende a farsi pacificamente gli affari suoi. La sera sta per arrivare e l'erba è proprio verde, come è obbligatorio che sia almeno l'erba di campagna. Non fosse per qualche rara automobile, null'altro si sentirebbe se non i versi e i grugniti di questa forzata convivenza a tre.

A pensarci, nemmeno gli ingredienti hanno tanta libertà di scelta. E se il cuoco si dimentica di passare al supermercato prima di rientrare a casa, anche il suo arbitrio sarà meno libero. Insomma, fantasia contro frigorifero. A meno di non pensare più in termini di scontro e provare invece a trovare un accordo che soddisfi il palato e allontani la paura per ciò che non abbiamo mai assaggiato prima.
Le seppie con gli spinaci e l'uvetta non sono una novità per me. E, da solo, avrei anche potuto immaginare che spruzzarci sopra abbondante Marsala sarebbe stata una mossa utile per dare sapore. Ma di fronte al suggerimento d'usare i noodles come contorno, ho capito che la mia strada per la fusion in cucina è ancora maledettamente lunga. Chapeau.

Adesso cambiate storia e prendete un pentolino. Sciogliete un po' di burro con l'acqua, aggiungete le carote e fatele cuocere con la marmellata d'arance amare. Arance di Sicilia, ovvio, ché non possiamo mica accettare quelle calabresi o, ancora peggio, quelle spagnole. O forse potremmo, con qualche pregiudizio in meno.
Deliziose, queste carote. Come si chiama il piatto?
"Non lo so! Lo faceva sempre la mia mamma e lo utilizzava con l'arrosto...".

Dolce, salato, amaro.
Insieme, alla faccia degli integralisti più noiosi.
Basta solo provare, la convivenza è alla portata di tutti.
La sfida più divertente è un'altra: è la condivisione.
Davvero un'altra storia.

15 marzo 2011

TESTE

Dal parrucchiere

È noto: il medico è incapace di curare se stesso. E così un consulente di carriera faticherà — per usare un eufemismo — a definire da solo i suoi obiettivi di crescita professionale. E un parrucchiere porterà i suoi capelli a zero, soprattutto se la sua calvizie sarà precoce. Il mio non fa eccezioni, rispetta in pieno la nemesi.
Osservo le sei persone che mi precedono: a parte un signore sulla settantina, i cui capelli sono completamente bianchi, gli altri sono tutti ragazzi poco più che ventenni. Non capisco: ve ne fosse uno coi capelli lunghi o fuori posto. Macché, hanno tutti capigliature corte, curate, qualcuno ha pure il gel per vincere la gravità. Che ci son venuti a fare qui? Passo la mano sulla mia testa, sembra un cuscino e da almeno una settimana supplica le forbici.
Il negozio è piccolo, saranno in tutto 15 metri quadri. Il titolare è giovane e senza aiutanti. 
Alle pareti, immancabili, fotografie di Valentino Rossi e una sciarpa della Juve. Forse le danno in dotazione con lo shampoo e le lamette da barba. Le vere novità sono un distributore di numeri e un display simile a quello che trovi nella salumerie dei supermercati. La musica no, è sempre quella dei network che pompano, da sempre, la stessa house giorno e notte.
Piove da un giorno ma sono l'unico ad avere scarpe fatte per resistere all'acqua, come solo gli inglesi riescono. Anche il signore coi capelli bianchi porta delle sneakers. Anche le sue arriveranno dritte dritte dalla Cina; ma al mercato di Corso Racconigi non gli avranno chiesto la Visa. Un ragazzo azzarda una scarpa bianca, gli altri puntano tutti sul nero. Se è alta, da basket, pare che il jeans debba stare dentro la scarpa. E pare che il jeans debba essere molto attillato, per mettere in risalto le gambe storte e scheletriche di questi bambini che non crescono.
È il mio turno.
Qui non c'è più il cavalluccio.

23 febbraio 2011

TESTACODA

Feuerbach aveva ragione, siamo quello che mangiamo

E' proprio lo stomaco quello che sta cedendo, e prova a imitare la testa. Si fa sentire, il mio stomaco, con quel malessere tipico da pasto ipertrofico. La mia testa, invece, adesso sembra muta, ma non ha più un angolo libero: si affollano troppe immagini e io non ci riesco proprio a decifrarle. La citrosodina non salva dalla confusione, almeno così pare.
Avrei dovuto aspettarmelo: dopo i primi due rispettivi piatti, lui ne avrebbe sicuramente chiesto un terzo da dividerci. Un solo byriani d'agnello a testa non sarebbe bastato per mettere in fila le confidenze in ritardo di due anni. Non mi sono opposto, anzi. In fondo era l'unico modo per alzarmi da tavola e ricambiare il sorriso a quella giovane ragazza seduta alle mie spalle; che, appena arrivato, mi aveva regalato il suo senza preavviso. Un gioco innocente e nulla di più, andato avanti per un po', perché a cena avevo solo voglia di allegria cretina ed essere sicuro di levarmi dalla faccia quelle tracce funeree che forse solo io mi vedevo addosso.
Al bancone frigorifero il solito collage di carni e verdure colorate, con tonalità sicuramente meno pacchiane di quelle alle pareti. No, niente lassi salato oggi, solo birra digestiva.
Torno al mio tavolo con un piatto che strabocca quanto il mio stomaco, ma prima voglio guardarla ancora negli occhi. Si, è proprio carina mentre mi sorride. Ma io non riesco a vederla davvero, nelle mie orecchie ruota ancora un racconto che non avrei voluto aspettarmi.

04 febbraio 2011

VIAGGIO NEL TEMPO D'UN CAFFE'

Quando l'aereo può attendere

La cioccolata calda coperta di latte condensato freddo e la piccola bottiglia di San Pellegrino. Sul bancone ho solo l'imbarazzo della scelta: El Pais, Guardian, Le Monde, Repubblica, Corriere, Stampa. E ancora Time ed Economist. Alle pareti ci sono enormi fotografie, ritraggono le mani di modelli che fingono d'esser clienti alle prese con tazzine e bicchieri. Su grandi pannelli è possibile leggere il menù della caffetteria. In sottofondo la musica pop di una radio locale.
A meno di un chilometro, un'ora fa, non mi hanno chiesto il passaporto.
Zeta era l'unica donna del locale e noi eravamo gli unici a parlare italiano. La menta profumata del suo the non lasciava spazio all'aroma del mio caffè. Ascoltavo i suoi racconti sull'orfanotrofio, sulla maman, sul bosco degli stregoni. E già mi vedevo atterrare a Benin City, diretto a Cotonou. Sul grande schermo alle sue spalle, le riprese di Al Jazeera da Tahrir Square, nella Cairo che vuole cacciare Mubarak. Tutto rigorosamente in arabo.
Adesso cerco il canale in lingua inglese. E penso a un corso di francese.