10 settembre 2013

Aspettando il nuovo Sindaco [ NYC #13 ]

16 SETTEMBRE, AGGIORNAMENO DELLE 10.10 
Nonostante sia rimasto qualche migliaio di voti da scrutinare, ma quando il 99% delle schede è ormai certo, Bill Thompson ha ammesso la vittoria di Bill De Blasio alle primarie democratiche. Compreso che non avrebbe avuto comunque chance in un eventuale ballottaggio, e che questo rinvio della nomination democratica avrebbe potuto avvantaggiare il repubblicano Lhota (uscito vincente dalle primarie del suo partito), Thomposn darà il suo appoggio a De Blasio nelle elezione a Sindaco che si terrà il 5 Novembre.

11 SETTEMBRE, AGGIORNAMENTO DELLE ORE 00.40
Bill De Blasio ha vinto le primarie democratiche per l'elezione a Sindaco di New York. Quando le sezioni scrutinate sono il 97%, con oltre 255.000 voti De Blasio raggiunge il 40.2% delle preferenze e riesce ad evitare il ballottaggio. Sfiderà Joe Lhota, che ha vinto le primarie repubblicane. In teoria, non dovrebbe esserci più partita. Il favorito, ora, è De Blasio. Nel suo quartier generale di Gowanus, a Brooklyn, sarà una notte festa.
Ma...
Si, c'è un ma. Con questa percentuale così scarsa oltre il 40%, soglia necessaria per non andare al secondo turno, sembra improbabile che Bill Thompson, secondo dietro De Blasio con il 26.1% dei voti, non chieda il riconteggio dei voti. Vedremo.
Comunque, una cosa è certa. Le primarie, anche a New York, sono un affare per pochi intimi: tra i democratici ha votato solo l'11% degli iscritti aventi diritto.

(il post che segue è stato pubblicato il 10 Settembre, alle ore 19.30 di New York)

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A fine giornata, e senza esserne particolarmente cosciente, una minoranza di newyorchesi potrebbe aver già deciso chi sarà il prossimo sindaco della città. Da stamattina alle 6.00, a New York si vota per le primarie.
Gli elettori democratici e repubblicani dovranno scegliere i loro rispettivi candidati per l'elezione del primo cittadino, che si terrà a inizio novembre. Nonostante In città ci siano quasi quattro milioni e mezzo di potenziali votanti (di cui 800mila, però, registrati come indipendenti), sarà già un miracolo se oggi andranno a votare 700mila democratici (su 3 milioni e 200mila) e 70mila repubblicani (su poco più di 50mila). E poiché i candidati repubblicani (Lhota, ex Presidente della gigantesca Metropolitan Transportation Authority, e Catsimatidis a.k.a. CATS, magnate greco di una catena di supermercati noti a Manhattan) hanno poco consenso in città, è assai probabile che il vincitore delle primarie democratiche sarà anche il prossimo sindaco.
Ormai fuorigioco Weiner, più noto per la sua mania di inviare sms a sfondo sessuale a sconosciute, e Liu, candidato della numerosa comunità cinese sparsa nelle tre diverse Chinatown, e appoggiato anche da altre minoranze, la corsa democratica si riduce a tre soggetti: Bill Thompson, già city comptroller e sconfitto da Bloomberg nella corsa a sindaco del 2009; Christine Quinn, Presidente del Consiglio Comunale, dichiaratamente e orgogliosamente lesbica; Bill De Blasio, Public Advocate della città di New York. Se uno dei tre riuscirà ad ottenere più del 40% dei voti, vincerà le primarie del suo partito, senza necessità di ballottaggio. Altrimenti si dovrà aspettare il primo ottobre per conoscere i nomi degli sfidanti.
I comitati di redazione dei giornali, come usanza negli Stati Uniti, si sono già espressi apertamente, dichiarando il loro appoggio ai candidati prescelti. E sebbene il New York Times abbia espresso un duplice endorsement, per un candidato di ognuno degli schieramenti, a parte l'onore per Lhota, in pratica era l'appoggio a Christine Quinn quello in apparenza decisivo, almeno fino a qualche settimana fa. La Quinn è supportata da tutti i principali media cittadini, compresi New York Post e Daily News, e già questo appoggio trasversale, dal principale quotidiano liberal a quelli più conservatori e reazionari potrebbe lasciare qualche dubbio. Ma che le cose si stessero complicando, per quella che era ritenuta la front runner e probabile prima donna sindaco della città, si era capito il giorno del primo dibattito pubblico televisivo per i democratici: tutti contro Bill De Blasio. Il gigante dei democratici (perché è veramente alto) con la sua parabola delle due città ("tale of two cities", l'espressione dickensiana da lui usata), la città dei sempre più ricchi e quella dei sempre più poveri, aveva fatto centro nel cuore di tanti newyorchesi, e i sondaggi iniziavano a darlo in testa. Da quel momento, per la Quinn, descritta come una sorta di alter-ego femminile di Bloomberg, la corsa è stata in salita e qualcuno ha pronosticato anche una possibile vittoria di De Blasio senza necessità d'andare al ballottaggio. Lui, scaramanticamente, ha detto che la sua squadra è pronta per il secondo turno. Vedremo stasera.
Quello che è certo è che, nonostante gli eccessi tipici da campagna elettorale, l'immagine di una New York spezzata in due, dove la disuguaglianza dei redditi sta diventando un problema, non è così peregrina. Sebbene De Blasio sia stato dipinto come un opportunista, e non sia mancato giornale cittadino che nell'ultima settimana non abbia messo in dubbio la sua capacità di leadership o non ci abbia raccontato qualcosa di lui o della sua famiglia (moglie afro-americana, con un passato nei movimenti lesbici, figli impegnati direttamente nella campagna elettorale, con uno spot del figlio Dante e della sua enorme capigliatura afro, invidiabile da tante donne a Brooklyn), le disuguaglianze nell'era Bloomberg sono cresciute di molto, lo dicono tante statistiche. L'ex sindaco, in questi giorni, difende il suo lavoro in varie interviste. Il New York Times, ripreso senza particolari modifiche o approfondimenti dalla stampa italiana, ha pubblicato una lunga guida, a tratti agiografica, della città lasciata in eredita dal sindaco imprenditore multimiliardario. Lui, in un'intervista pubblicata questa settimana dal New York Magazine, ricorda che solo attraendo nuovi ricchi la città potrà, con le loro tasse, pagare i servizi per tutti gli altri. Ma non fa cenno al fatto che questi nuovi ricchi, già presenti, hanno creato una pressione abitativa senza precedenti su Manhattan, spingendo in un decennio molti isolani a varcare il ponte e a cercare casa soprattutto a Brooklyn, dove i prezzi sono ormai alle stelle e stanno spingendo sempre più famiglie afro-americane, impossibilitate a pagare affitti astronomici anche in quartieri una volta popolari come Bedford-Stuveysant e Crown Heights, verso quartieri più periferici e con scarsi servizi come Brownsville e East New York. Il quasi ex sindaco contesta l'idea di una città in cui sta crescendo la povertà, dichiarando, per esempio, che l'80% percento dei newyorchesi ha l'aria condizionata e che in altri paesi del Mondo questi sono privilegi da ricchi. Sicuramente esagera e non sembra molto interessato al concetto di relatività. Di certo, le soglie di povertà negli Stati Uniti sono alte, ci vuol poco a finirci dentro; e, nonostante New York sia insieme a San Francisco la città più cara d'America, è evidente che la povertà non è ancora ad un livello esplosivo e ingovernabile. Ciò che è altrettanto chiaro, soprattutto in una città così complessa e popolosa come è New York con i suoi oltre 8 milioni di abitanti, è che la mobilita sociale si è bloccata. Se sei povero, le tue probabilità di rimanere povero, prigioniero dei food stamp e delle case popolari in cui vivi, sono molto più elevate che in passato, questo dicono le statistiche. È l'inceppamento del sogno americano, sempre che sia mai esistito davvero, visto che qui qualcuno l'ha già messo in discussione da un pezzo (di sicuro, altre parti del Mondo, Europa e Italia comprese, la scala sociale non l'hanno mai aperta e adesso fanno pure i conti con un welfare insostenibile in assenza di crescita economica).
New York è in continua crescita, arrivano sempre nuove persone (e noi tra questi). Le politiche abitative sono centrali per governare la città. Le statistiche dicono che ci sono sempre più persone che perdono la casa e devono vivere nei cosiddetti "shelter", i ricoveri cittadini per i senza tetto. Ma le statistiche non dicono che molti di questi ricoveri sono ex alberghi di quart'ordine e che la città arriva a spendere anche tremila dollari al mese per ospitarvi una singola famiglia. Insomma, un affare per i proprietari di queste strutture, che infatti si sono fatti sentire con i loro finanziamenti durante la campagna elettorale, anche in quella di De Blasio; il quale, tuttavia, ha già detto e ridetto che il suo obiettivo è quello di superare la politica degli "shelter" con numerosi progetti per la costruzione di nuove case popolari (gli housing project). Girando New York in lungo e in largo, da sud a nord, soprattutto nel Queens e a Brooklyn, la città racconta molto bene il suo passato e spiega come ha costruito la sua forza economica: immense strutture portuali, ormai parzialmente abbandonate, ed immensi magazzini per stivare le merci. Riconvertire queste aree, che è presumibile siano inquinatissime, non è cosa semplice. Alcuni esempi sono particolarmente riusciti e, senza cedere alla speculazione edilizia, hanno valorizzato gli spazi per ospitare nove attività produttive, come è avvenuto ai vecchi cantieri navali del Brooklyn Navy Yard. Ma in altri casi, la forza degli investitori immobiliari, sarà necessaria, perché il patrimonio abitativo di questa città è già scarso e non potrà reggere la futura e prevista crescita demografica. E se, come sembra ovvio, piaccia o meno, per pagare il conto dei servizi che tutti usiamo sarà necessario tassare di più i ricchi o sempre più ricchi, allora sarà altrettanto necessario offrire nuove case a questi acquirenti, anche per frenare quella pressione che da Manhattan si sta irradiando al resto della città, e la cui "gentrificazione" è solo l'aspetto più pittoresco, capace per molti media di nascondere il problema caro-affitti che subiscono le famiglie medie come noi. Il punto dolente è che basta osservare la mappa dei trasporti pubblici di questa immensa città per capire che certi progetti, anche possibili sulla mappa degli spazi disponibili e riconvertibili, sarebbero destinati al fallimento in assenza di nuove linee di metropolitana pronte a servire quelle aree. Gli unici (si fa per dire, in confronto all'immobilismo di tanta Europa) progetti di espansione del sistema dei trasporti pubblici sono la storicamente agognata galleria sotto la Seconda Avenue a Manhattan (capace, da sola, di dimezzare il traffico delle linee sulla non troppo distante Lexington Avenue) e l'estensione della Long Island Rail Road a Grand Central Station, sotto la quale storica struttura si sta costruendo un'altra gigantesca stazione. Sono due progetti faraonici, soprattutto il secondo, che consentirà (dicono) di abbattere anche di 40 minuti i tempi di percorrenza per i pendolari che, arrivando da Long Island diretti ad est Manhattan, non dovranno più scendere a Penn Station per poi prendere altre linee di metro. Gli utenti coinvolti saranno qualcosa come 400mila. Ma a parte questi progetti, non ci sono più soldi per immaginare nuove linee dove potrebbero poi crearsi nuovi insediamenti abitativi, come sarà evidente ai nuovi proprietari delle future abitazioni che sorgeranno a Williamsburg. Anche per tutte queste ragioni, De Blasio, pur criticando Bloomberg e la sua protetta Christine Quinn, ha già detto che non modificherà le politiche adottate sin qui in tema di urbanistica e che hanno consentito di costruire ovunque in città, come mai prima.
Dentro la partita delle elezioni, uno egli argomenti principali è stata anche la pratica dello "stop and frisk" contro i sospettati di detenere illegalmente armi o merce di contrabbando. La pratica del fermo e della perquisizione in strada, usata come deterrente dalla polizia cittadina, e che ha colpito soprattutto afro-americani e ispanici, fermati spesso sulla base di semplici sospetti legati alla loro appartenenza etnica, secondo quello che molta opinione pubblica ha visto come un vero e proprio sopruso fondato sul pregiudizio razziale, è stata difesa da Bloomberg, per il quale è stata invece la vera forza capace di ridurre ai minimi storici la criminalità e gli omicidi a New York. Solo perché le comunità musulmane non sono così numerose, non è stata usata in campagna elettorale la rivelazione che la polizia di New York ha creato, dopo l'11 settembre, una vera e propria sezione per spiare i cittadini di fede islamica. De Blasio, più di altri candidati, e avendo una famiglia mista alla spalle, ha condannato con maggior forza la pratica dello "stop and frisk", guadagnando molti consensi. E anche su altri temi, come quello della scuola e degli asili, pur non avendo dalla sua parte il forte sindacato degli insegnanti pubblici (schierato con Thompson), De Blasio può vantare una coerenza maggiore di altri candidati, essendo l'unico i cui figli frequentano le scuole pubbliche.
Tante le questioni in ballo in questa città il cui governo locale, esclusa la politica estera, esercita un potere simile a quello di uno Stato. Ma fra un'ora e mezzo i seggi delle primarie chiuderanno. E ci sarà già qualche risposta sulla New York prossima ventura.
P.s. Si è capito che come lo storico settimanale della sinistra americana, "The Nation", anch'io faccio il tifo per De Blasio?

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