Qui a Brooklyn, l'angolo tra la Quinta Avenue e la 57esima Strada ha ben poco del glamour che contraddistingue invece il suo omonimo di Manhattan.
17 aprile 2014
Brownie Eyes [ NYC #31 ]
11 aprile 2014
Tutta mia la città [ NYC #30 ]

27 marzo 2014
Impensabile [ NYC #29 ]

Avendo sempre presente, davvero come una stella polare, le parole dell'amico napoletano "Guru", che mangiando la pizza a Roma diceva: "buona, mi piace anche, basta non chiamarla pizza", e che una sera di anni fa mi mandò un messaggio per dirmi che in televisione aveva appena riconosciuto, davanti al forno di una nota pizzeria di Torino, un pizzaiolo in trasferta da Napoli; adesso mi sorprendo a mangiare e ad apprezzare, lontano dal mio usuale fondamentalismo culinario, una "sicilian pie" con tanto di pomodoro condito con il pepe e messo sopra uno strato di formaggio. Il concetto dovrebbe essere quello dello sfincione e poco importa se siamo un po' distanti da quello tradizionale. "L&B Spumoni Gardens" è dal 1939 che sta a Brooklyn e vale assolutamente il viaggio in questa vecchia enclave italiana che era Gravesend.
La nuova moka da 9 tazze, diconsi nove, è al secondo giro di caffè da scartare prima d'essere messa seriamente alla prova. La vecchia moka è stata pensionata ormai da almeno due mesi e non era stata ancora sostituita. Per una famiglia italiana-e-americana questo dovrebbe essere un mezzo affronto, una macchia da lavare con l'espresso. Ma io, a dire il vero, inizio ad amare sempre di più il caffè americano, dal marchio popolare newyorchese che acquisto in gigantesche lattine (non so come si chiami l'ossimoro involontario) ai chicchi tostati nel nostro locale preferito, tra le vecchie strade dei magazzini di Red Hook.
Addio, vecchio fondamentalismo alimentare, adesso sono vecchio pure io. E tu non eri solo anacronistico. No, eri proprio inutile.
08 marzo 2014
Welcome to the real world [ NYC #28 ]
"Si, vabbé, figliolo. Comunque non c'è verso che non si estinguano. Guardali: sono in dieci e c'hanno un solo albero da mangiare da mangiare, ma dai...".
Non credo mi stia davvero ascoltando. Forse la doppia negazione nella stessa frase gli ha chiuso le orecchie o forse la sua coscienza ambientale non ancora così sviluppata. Di fatto, raccoglie il suo mini-albero, prende i mini-dinosauri che erano spariti sotto il divano e li mette di nuovo nel loro scatola di plastica, un cilindro dove fino a qualche giorno fa si trovavano dei carciofi sottolio. Poi si gira verso la libreria e afferra la cassetta con la frutta. Ci sono una pera, una fragola, un limone, un kiwi, un'arancia, una banana e una fetta di melone. Sono divisi in due o più parti e tenuti insieme con dei piccoli inserti di velcro. Tutti rigorosamente in legno, come in legno sono il coltello, due fette di pane, un tostapane, un panetto di burro, un piattino e una bottiglietta di miele. Faccio tostare le due fette di pane e ci metto il burro sopra.
"Allora, piccolo. La vedi la ragazza dai capelli rossi seduta al tavolo? Ha chiamato giusto poco fa e ha ordinato un panino al burro. Due fette di pane tostato, esatto, e del burro. Sono 28 dollari, ok? Quindi ricorda: ti spettano almeno 5 dollari di mancia. Vai".
12 febbraio 2014
Dedicato a Roberto "Freak" Antoni
Ho un ricordo molto vivido della fine degli anni '70 anche se ero solo un bambino di dieci anni. Ricordo bene quando un cugino più grande, che si era trasferito a Torino, portava a casa "il Male", la rivista satirica. Non dimenticherò mai il numero con il presepe da ritagliare: c'era anche una figurina di un uomo con il mitra. Capivo poco e niente, ovvio. Ma la Torino di quegli anni era chiara anche per un bambino. Non avevamo un giradischi, quando ero un bambino, ma io ascoltavo lo stesso tanta musica alla radio. Eppure arrivai agli Skiantos solo dieci anni più tardi, con una loro raccolta. "Ze best in laiv!", finalmente un vinile. Ho lasciato i miei pochi dischi in Italia e ho portato con me solo alcuni cd. Tra questi, una raccolta degli Skiantos.
Non conto le volte che li ho poi visti in concerto. La mia era semplice adorazione, punto e basta.
Ma non potrò mai dimenticare la prima volta che ho avuto la fortuna di ascoltare dal vivo Roberto "Freak" Antoni, quando l'Hiroshima mon Amour si trovava ancora in via Belfiore.
Sul palco c'era solo lui, a leggere il suo libro di aforismi, appena pubblicato da Feltrinelli.
"Non c'è gusto in Italia ad essere intelligenti".
Come tanti, ho letto che stamattina Roberto "Freak" Antoni è morto.
Facciamo largo all'avanguardia, siamo un pubblico di merda.
25 gennaio 2014
Go! Go! Go! [ NYC #27 ]
"Il vostro Governatore ha detto che dobbiamo andare a riformare il modo in cui si finanziano le campagne elettorali. Io posso solo aggiungere: andiamo, andiamo, andiamo!". La traduzione forse calpesta lo stile, ma il nostro "forza" non renderebbe così bene il concetto. Il pubblico, che riempie tutta la moderna chiesa evangelica di Saint Peter a midtown Manhattan, applaude a lungo e convinto. Elizabeth Warren, senatrice democratica del Massachusetts, la nuova speranza dei progressisti d'America anche se per ora dice che non correrà per le presidenziali del 2016, è venuta a New York per parlare di denaro e politica e per promuovere la proposta del finanziamento pubblico per le elezioni (che è cosa diversa da quello che intendiamo noi italiani). Ad accoglierla ci sono Letitia James, nuova public advocate cittadina, eletta nelle file del Working Families Party, ed Eric Schneiderman, Procuratore Generale dello Stato di New York, democratico ed amico del Governatore Cuomo.
16 gennaio 2014
C'è ma non si vede [ NYC #26 ]
"Ma, dico, se i milanesi, a Milano, quando c'è la nebbia, non vedono, come si fa a vedere che c'è la nebbia a Milano?". Totò, Peppino e la Malafemmina. Immortale.
A parte la rottura di una condotta dell'acqua sotto la Quinta Strada nel Greenwich Village, conseguente collasso dell'asfalto e ritardi a catena per almeno mezza dozzina di linee della metropolitana.
A parte l'ennesimo pedone ucciso da una macchina, cosa che capita almeno 150 volte all'anno e purtroppo qui tutti accettano fatalisticamente come prezzo da pagare se vivi in una grande metropoli, anche se il sindaco De Blasio ha detto che tutto ciò è inaccettabile e lui si occuperà subito del problema; e anche se, pur vincendo il confronto sulla sicurezza con il resto delle grandi città americane, New York è assai lontana dalle più virtuose metropoli del mondo.
A parte i festeggiamenti per la ricorrenza del quinto anno dall'ammaraggio di un volo della US Airways nell'Hudson, finito con tutti i passeggeri sani e salvi e un aereo in discarica.
A parte questo, ieri in città non s'è fatto altro che parlare della nebbia. Oggi, calma piatta.
La nuova mania per la nebbia è colpa di Instagram e di tutti quelli che, da un aeroplano o da un grattacielo, sono riusciti a scattare fotografie che hanno invaso praticamente tutte le redazioni cittadine. Ok, devo riconoscere che alcune erano davvero suggestive. Fortunato chi si trovava così in alto da vedere sbucare tra le nuvole bassissime il ponte di Verrazano. Chapeau.
Magari non era così impenetrabile come tra le risaie attorno a Pavia o nelle campagne più desolate della Pianura Padana. Ma anche a Torino la nebbia non scherzava e aveva il suo fascino, soprattutto nelle sere invernali, che davano un'aria spettrale a Piazza Castello. E di giorno era sufficiente salire già solo a Rivoli per vedere la città schiacciata sotto le nuvole. Però il Po non era largo come l'Hudson e nemmeno c'era un porto.
Qui non so nel resto della città, perché New York è davvero un po' larga e le si fa torto a chiuderla in una descrizione punto-e-basta. Ma almeno in quest'area di Brooklyn, dove la baia si stringe prima di sfociare nell'Oceano, puoi anche essere bloccato in casa, puoi anche essere nel buio più completo, ma saprai sempre quando c'è la nebbia: le sirene delle navi non smettono d'ululare.
[P.S. Qui alcune fotografie pubblicate da Ghotamist.com]
A parte la rottura di una condotta dell'acqua sotto la Quinta Strada nel Greenwich Village, conseguente collasso dell'asfalto e ritardi a catena per almeno mezza dozzina di linee della metropolitana.
A parte l'ennesimo pedone ucciso da una macchina, cosa che capita almeno 150 volte all'anno e purtroppo qui tutti accettano fatalisticamente come prezzo da pagare se vivi in una grande metropoli, anche se il sindaco De Blasio ha detto che tutto ciò è inaccettabile e lui si occuperà subito del problema; e anche se, pur vincendo il confronto sulla sicurezza con il resto delle grandi città americane, New York è assai lontana dalle più virtuose metropoli del mondo.
A parte i festeggiamenti per la ricorrenza del quinto anno dall'ammaraggio di un volo della US Airways nell'Hudson, finito con tutti i passeggeri sani e salvi e un aereo in discarica.
A parte questo, ieri in città non s'è fatto altro che parlare della nebbia. Oggi, calma piatta.
La nuova mania per la nebbia è colpa di Instagram e di tutti quelli che, da un aeroplano o da un grattacielo, sono riusciti a scattare fotografie che hanno invaso praticamente tutte le redazioni cittadine. Ok, devo riconoscere che alcune erano davvero suggestive. Fortunato chi si trovava così in alto da vedere sbucare tra le nuvole bassissime il ponte di Verrazano. Chapeau.
Magari non era così impenetrabile come tra le risaie attorno a Pavia o nelle campagne più desolate della Pianura Padana. Ma anche a Torino la nebbia non scherzava e aveva il suo fascino, soprattutto nelle sere invernali, che davano un'aria spettrale a Piazza Castello. E di giorno era sufficiente salire già solo a Rivoli per vedere la città schiacciata sotto le nuvole. Però il Po non era largo come l'Hudson e nemmeno c'era un porto.
Qui non so nel resto della città, perché New York è davvero un po' larga e le si fa torto a chiuderla in una descrizione punto-e-basta. Ma almeno in quest'area di Brooklyn, dove la baia si stringe prima di sfociare nell'Oceano, puoi anche essere bloccato in casa, puoi anche essere nel buio più completo, ma saprai sempre quando c'è la nebbia: le sirene delle navi non smettono d'ululare.
[P.S. Qui alcune fotografie pubblicate da Ghotamist.com]
07 gennaio 2014
Mai come ora, F R E E Z E R *** [ NYC #25 ]
Nato durante un violento temporale, amo il vento, la pioggia, la neve, il caldo secco e un po' meno l'afa, per via di quel maledetto malditesta che mi viene da quando ero un ragazzino e la sinusite, o una sua parente stretta, mi teneva compagnia. Il tempo non condiziona il mio umore. Il mio umore volge al rabbioso, però, quando sento qualcuno lamentarsi del tempo. È agosto? "Uh, che caldo fa!". È gennaio? "Uh, che freddo fa!". Per favore, taci, fammela 'sta cortesia, uh. E manco ti chiedo di pensare al riscaldamento globale, figurati.
Ma oggi, per una volta almeno, sono io che devo concedermi un eccezione: oggi c'è un freddo davvero brutale, qui si congela. No, no, non è uno scherzo. Il centro meteorologico ha detto di fare attenzione, ché con temperature tra i -14º di stamane e gli attuali meno -12°, che sembravano -21° e ora -18° per colpa del vento che arriva dal Polo Nord, il rischio di congelamento della pelle diventa reale dopo un'esposizione al freddo per oltre 40 minuti. La vera preoccupazione è per i senzatetto totali, quelli che vivono per strada o nella metropolitana. A New York ci sono 3180 persone che ogni sera dormono dove capita, in qualche riparo improvvisato o sui vagoni dei treni che non si fermano mai nelle 24 ore.
Il cielo adesso è di un blù intenso. L'Empire State Building si prende il sole e si mette in posa per le cartoline dei turisti. Il vento non è più forte come stamattina. Però se imbocchi la strada sbagliata, l'aria che ti arriva in faccia è ugualmente feroce. Benedico il passamontagna, che sul serio protegge dal freddo. Ma la pressione del mio sangue si fa sentire e punta dove il naso incontra la fronte.
La borsa della nostra spesa non ha bisogno del frigorifero. Il piccoletto è sepolto nel suo passeggino, sotto qualche strato di vestiti, una coperta e un telo in plastica anti-tutto. La ragazza dai capelli rossi inizia ad avere rosse anche le guance. Si, credo che sia l'ora di tornare a casa.
05 gennaio 2014
Ma come fanno i newyorchesi [ NYC #24 ]

01 gennaio 2014
Bill De Blasio e la Tempesta [ NYC #23 ]

La giornata è stata introdotta da Harry Belafonte, che dal podio non ha perso tempo e, senza giri di parole, ha parlato di disparità razziali, della pratica dello "stop and frisk" che ha colpito soprattutto gli afroamericani e di un sistema di giustizia nazionale che sarebbe simile a quello raccontato di Charles Dickens.
Dickens sarà ricordato come l'involontario fornitore dello slogan che ha permesso a Bill De Blasio di sbaragliare i suoi concorrenti, prima alle primarie democratiche e poi nell'elezione di novembre. Il "racconto delle due città" ha fatto breccia nell'elettorato che ha deciso di andare a votare. Perché non dobbiamo dimenticare che in questa nazione si reca alle urne solo una minoranza della popolazione, quella che ancora non ha perso fiducia non tanto nei partiti politici quanto nella politica in senso lato.
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